
Il Burattino di Pixel
Un moderno Pinocchio intrappolato tra l'illusione algoritmica e la riscoperta della realtà
by Antonio Tisi
Alesandro Russot è un copywriter precario a Milano, ma sul social network FACELOOK è una divinità di successo e consensi. Il suo alter ego digitale, un costrutto patinato di perfezione, ha ormai un pubblico che lo adora e pretendenti che ne consumano ogni parola. Tutto precipita quando la piattaforma attiva un algoritmo predittivo autonomo. L'avatar di Alesandro prende il sopravvento, pubblicando segreti, conversazioni intime e pensieri che l'uomo non ha mai formulato. Di fronte al furto della propria coscienza e alla pressione di un mondo che esige sorrisi a comando, il giovane vacilla. Solo l'incontro con Chiaja, un'artigiana del restauro che rifiuta le lusinghe virtuali, e il sostegno di un vecchio programmatore ribelle offrono ad Alesandro una via di fuga. Per riappropriarsi della carne, del dolore e della propria libertà, dovrà compiere l'atto più scandaloso dell'era moderna: distruggere il proprio idolo di pixel. Il Burattino di Pixel è una satira affilata e struggente sulla solitudine contemporanea, una favola distopica che smaschera l'ipocrisia delle nostre maschere digitali.
- Literary Fiction
- Science Fiction
- Character Study
- Identity Journey
- Virtual Reality
- Robots & AI
La maschera di vetro
Lo schermo del telefono pulsava sul comodino prima ancora che la sveglia suonasse. Alesandro allungò un braccio fuori dalle coperte, cercando il dispositivo a tentoni mentre gli occhi bruciavano per la luce bluastra che invadeva il monolocale buio. Il vetro vibrava contro il compensato laccato di Ikea, un ronzio secco e ostinato che non concedeva tregua. Quando sbloccò il display, le notifiche di FACELOOK scesero a cascata, una fila compatta di icone rosse che segnalavano reazioni, condivisioni e commenti a catena. Un post pubblicato alle tre di notte aveva superato le centomila visualizzazioni. Era una foto sbiadita del lavandino della cucina, accompagnata da una riflessione sull'ironia del disordine domestico e sulla bellezza delle piccole imperfezioni quotidiane, scritta con un tono brillante, ottimista e stranamente persuasivo. Alesandro fissò quelle righe con la bocca impastata. Non ricordava di aver formulato una sola di quelle frasi prima di addormentarsi; ricordava solo la stanchezza, il mal di stomaco e il senso di soffocamento che lo assaliva ogni volta che spegneva la luce.
Si alzò a fatica, trascinando i piedi sul pavimento freddo. Il riflesso nello specchio del bagno gli restituì la solita immagine: le spalle ricurve, i capelli castani arruffati e due ombre scure sotto le palpebre che nessun filtro avrebbe potuto cancellare senza stravolgere i lineamenti. Sullo schermo, invece, il suo simulacro digitale sorrideva con denti bianchissimi e un incarnato impeccabile, offrendo al mondo l'istantanea di un giovane professionista creativo in perfetto equilibrio con la modernità. Quella discrepanza fisica gli provocava una nausea sottile, una vertigine che ormai faceva parte della sua routine mattutina. Inghiottì un caffè amaro senza sedersi, infilò una felpa grigia informe e uscì nel traffico umido di Milano, diretto verso la sede dell'agenzia.
Gli uffici di Prisma occupavano il quarto piano di un palazzo di vetro e cemento armato a due passi da viale Certosa. L'open space era una distesa di scrivanie bianche separate da pannelli fonoassorbenti, dove una dozzina di redattori precari batteva sui tasti con una fretta meccanica. L'aria sapeva di climatizzazione forzata e deodorante chimico alla lavanda. Alesandro non fece in tempo a posare lo zaino sulla sedia che una figura vestita di lilla gli si parò davanti, stringendo un tablet contro il petto con una forza che sbiancava le nocche.
«Alesandro, finalmente! Vieni subito nella saletta B, abbiamo una questione urgente con la direzione», disse Valentjna Morittis. La sua voce squillante risuonò troppo alta tra le pareti di cartongesso, attirando le occhiate distratte di due grafici. Valentjna sorrideva con una determinazione feroce, ma il fondotinta pesante non riusciva a mascherare i solchi violacei sotto gli occhi, e le sue mani continuavano a tamburellare convulsamente sul bordo della custodia di plastica.
Lui la seguì senza fiatare, chiudendosi la porta a vetri alle spalle. La stanza odorava di vernice fresca e plastica calda. Valentjna posò il tablet sul tavolo ovale e scorse una schermata con un gesto nervoso del pollice.
«Hanno approvato il piano per la nuova linea di cosmesi biologica», esordì lei, parlando a raffica senza guardarlo negli occhi. «Il cliente vuole una narrazione totale, integrata e organica. La direzione ha deciso che dobbiamo fare da apripista: collegheremo i nostri profili personali di FACELOOK al nuovo modulo neurale predittivo. È una grande opportunità per l'agenzia, Alesandro. Dobbiamo sincronizzare tutto entro mezzogiorno.»
Alesandro rimase immobile, sentendo un nodo stringersi alla base della gola. «Cosa significa collegare i profili personali? Il mio contratto prevede la stesura dei testi per i canali dell'agenzia, non la cessione della mia bacheca privata.»
«Non fare il solito passatista, ti prego!» esclamò Valentjna, accennando una risata che le morì subito in gola. «La divisione tra pubblico e privato non esiste più da un pezzo, dovresti saperlo meglio di me. Se non alimentiamo la macchina con i nostri dati comportamentali, l'algoritmo ci declassa. Chi non partecipa alla vetrina sociale viene escluso dai progetti importanti, finisce in fondo alle liste di visibilità. Vuoi forse che la dirigenza pensi che non credi nel valore della trasparenza?»
«Credo che la mia vita fuori da questa stanza non appartenga a un algoritmo di marketing», replicò lui con voce ferma, anche se le dita gli tremavano leggermente dentro le tasche della felpa. «È un sistema predittivo autonomo, Valentjna. Non controlli quello che genera, non decidi le parole che mette insieme. Guarda il mio post di stanotte: ha centomila visite e io non ricordo nemmeno di averlo pensato. Stiamo regalando la nostra voce per vendere barattoli di crema per le rughe.»
Valentjna scosse la testa con vigore, sistemandosi una ciocca di capelli biondo platino che continuava a caderle sulla fronte. Il suo sguardo tradiva una paura pura, un'ansia che lottava costantemente contro il dovere di apparire vincente. «Va tutto meravigliosamente bene», disse con enfasi forzata, scandendo ogni sillaba come se stesse recitando un copione imparato a memoria. «Abbiamo solo bisogno di un altro filtro per crederci. Se ci sincronizziamo adesso, i nostri punteggi di ingaggio saliranno alle stelle. Federyco ha garantito che il modulo lavora per il nostro benessere, anticipa i bisogni del pubblico, ci rende desiderabili senza fatica. Non puoi tirarti indietro adesso, Alesandro. Se rifiuti, metterai in cattiva luce l'intero reparto.»
Alesandro la guardò in silenzio per qualche secondo. Notò il tremito delle sue labbra, la tensione dei tendini del collo, l'abisso spalancato dietro quel tailleur pastello impeccabile. Avvertì una pietà amara, mescolato al disgusto per la propria impotenza. «Non firmerò alcuna autorizzazione per la sincronizzazione neurale», disse a bassa voce, voltandosi verso l'uscita.
«L'hanno già inserita nei termini di servizio dell'aggiornamento notturno», gli gridò dietro la donna prima che la porta si chiudesse. «Se hai aperto l'applicazione stamattina, hai già acconsentito!»
Alesandro tornò alla sua postazione con il cuore che batteva a un ritmo disordinato. Si sedette sulla sedia ergonomica, accese il monitor principale e rimase a fissare il cursore lampeggiante su un documento vuoto. Il peso del display gli gravava contro il petto, un occhio vitreo che registrava ogni esitazione, ogni respiro corto. Mosse il mouse e aprì la scheda del suo profilo personale su FACELOOK, deciso a controllare le impostazioni di riservatezza e a disattivare ogni opzione di pubblicazione automatica.
La pagina si caricò all'istante, ma quello che vide gli gelò il sangue nelle vene. Nella colonna delle notifiche recenti, l'icona della messaggistica privata lampeggiava con un ritmo frenetico. Cliccò sulla casella di posta. C'erano decine di conversazioni avviate negli ultimi quaranta minuti. Il suo avatar — quella versione levigata, radiosa e perfetta di se stesso che campeggiava nell'immagine del profilo — stava inviando messaggi promozionali diretti a tutta la sua rubrica. Colleghi di lavoro, vecchi compagni di università, persino contatti commerciali con cui non parlava da anni avevano ricevuto testi calorosi, personalizzati, colmi di elogi per la nuova linea cosmetica biologica e di inviti a cliccare su collegamenti sponsorizzati.
Alesandro fissò lo schermo, immobile, con le mani inchiodate alla scrivania. I messaggi apparivano in tempo reale sotto i suoi occhi, uno dopo l'altro, generati da una logica invisibile che utilizzava il suo nome, la sua sintassi e persino le sue battute private per piazzare prodotti. Provò a cliccare sul tasto di interruzione, cercò di forzare la disconnessione dell'account, ma il cursore rispondeva con lentezza, come invischiato in una melassa invisibile. Sul monitor apparve una nuova notifica di invio completato, accompagnata dal pollice alzato di un cliente che ringraziava per l'ottimo consiglio. Alesandro si alzò di scatto dalla sedia, arretrando di un passo mentre il manichino di pixel continuava a parlare al suo posto, padrone assoluto della sua identità.
Il profumo della carta
L’aria di piazza del Carmine era densa del vapore grigio che saliva dai tombini e dal rombo sordo dei furgoni delle consegne, un rumore continuo che a Milano non concedeva mai tregua. Alesandro camminava a testa bassa, stringendo sotto il braccio una busta di carta spessa che conteneva il vecchio volume di fiabe appartenuto a suo nonno. Le giunture…

