
IL MISTERO DEL BUCO
Un'antica croce patente e il filo invisibile che unisce Firenze all'Aventino
by Antonio Tisi
Nel maggio del 1977, durante una gita a Roma con la famiglia, il piccolo Valerio accosta l'occhio al celebre buco della serratura a Piazza dei Cavalieri di Malta. Quella visione incantata — la cupola di San Pietro incorniciata dal viale e un enigmatico aquilone con la croce patente — segna per sempre la sua vita. Accanto a lui, un uomo avvolto in un mantello scuro gli sussurra parole indelebili prima di dissolversi, lasciando dietro di sé una catena di enigmi e un piccolo soldatino di metallo raffigurante un cavaliere templare. Vent'anni dopo, divenuto storico medievalista tra i vicoli di Firenze e gli archivi di Roma, Valerio non ha mai smesso di cercare il senso di quella rivelazione. Insieme a Elena, brillante architetta e restauratrice, comincia a decifrare i simboli ermetici nascosti nelle architetture piranesiane dell'Aventino e nei dettagli microscopici del soldatino. Il mistero del buco è un viaggio iniziatico e struggente tra passato e presente, dove ogni coincidenza è una tessera e il destino attende dietro una serratura millenaria.
- Literary Fiction
- Mystery
- Historical Fiction
- Coming of Age
- Identity Journey
- Historical Mystery
IL VIAGGIO IN TRENO
Tutto era pronto, l’eccitazione riusciva a non farmi deglutire, erano le 7.30 del mattino, il sole a Firenze giocava già a nascondino tra campanili, cupole e i comignoli dei tetti rossi di terracotta. Lo zaino era stracarico, la maglietta infilata di corsa nei pantaloni, le scarpe allacciate non proprio perfettamente con un doppio nodo sbieco, ma allacciate.
Mia madre mi chiamò con quel tono imperioso che non ammetteva repliche: «Valerio…., Valeriooo… andiamo! Il treno non aspetta noi!»
Le risposi subito, quasi ad anticipare la sua voce e quasi come un’eco che rimbombava nel corridoio di casa: «Sì, mamma, vengo! Ho preso tutto!»
Scesi le scale velocemente, saltando i gradini a due a due, superando il babbo e la mamma e quasi aprii con la fronte il portone delle scale del palazzo, incespicando clamorosamente sull’ultimo scalino di pietra serena. Fuori casa erano già in attesa da quasi dieci minuti Sandro e Cinzia, gli amici storici dei miei genitori, ma quello che mi fremeva incontrare davvero era Giulietta, la loro figlioletta di 7 anni, dagli occhi vispi e le trecce sempre un po’ scompigliate.
La vidi, ci guardammo, rapiti da una vergogna reciproca e infantile, tipica di quell’età in cui le parole sembrano sempre troppe o troppo poche. Senza dire nulla ci incamminammo, mano nella mano, poco dietro al gruppo degli adulti. In poco più di dieci minuti eravamo giunti tutti in gruppo nella stazione di Santa Maria Novella. Erano le 7.50 e il treno sembrava aspettarci sul binario 9, stridendo i freni con un soffio di vapore compresso e metallo scaldato, pronto a partire per le 8.15 in punto alla volta della Città Eterna.
Iniziò il viaggio.
Non riuscivamo più a contare io e Giulietta; la cifra era diventata talmente grande da non poter essere più pronunciata chiaramente. Il gioco inventato per far passare il tempo consisteva nel contare le case, i casolari di campagna, i tralicci e gli edifici industriali che vedevamo scorrere via dal finestrino del treno in corsa.
A un tratto mi sentii chiamare: «Valerio… Valerio…, dai staccati dal vetro… che lo stai appannando tutto con il naso!»
Era mia madre che, tra un discorso e l’altro con Cinzia sui preparativi per la cena o sulle ultime novità del rione, di tanto in tanto mi lanciava un occhio vigile. Preso dalla foga, quasi in una trance ipnotica, ero appiccicato al vetro del finestrino: fronte e naso schiacciati, contavo velocemente come un forsennato. Intanto Giulietta moriva dalle risate vedendomi in quello stato ridicolo e per il fatto che la cifra che oramai usciva dalla mia bocca era diventata un borbottio del tutto incomprensibile.
Piero, il fratellino di quattro anni di Giulietta, dormiva beato fin dalla partenza nell’angolo dello scompartimento, con la testa ciondolante e il pollice in bocca, senza mostrare alcun fastidio e nonostante il vocio costante dei nostri genitori e il baccano della nostra conta forsennata; non diede mai alcun cenno di risveglio per quasi metà tragitto.
Il viaggio verso Roma, in fondo, procedeva con normalità, accompagnato dal cadenzato e ipnotico ritmo del treno che manteneva costante il rollio delle carrozze sulle traversine dei binari. Di tanto in tanto, il fischio prolungato del locomotore interrompeva questo ritmo, che si incupiva e diventava sordo solo quando di rado si entrava in qualche galleria scavata nella roccia appenninica o nelle colline toscane.
Noi, puntualmente, dopo l’uscita dal buio improvviso del tunnel ferroviario, dopo aver provato a stapparci le orecchie deglutendo a fatica o tappandoci il naso, tentavamo di riprendere a contare, ma in modo alquanto confuso, ripetitivo e ridicolo.
Stazione di Arezzo: erano da poco passate le 9, il treno era fermo al binario. Per un attimo, con il convoglio immobile, sentimmo il silenzio surreale della provincia; nessuno parlava nello scompartimento, si sentì solo il fischietto acuto del capotreno sul marciapiede ed echi lontani delle urla del venditore ambulante di bevande, panini al prosciutto e bibite calde. Solo allora mi accorsi che anche Giulietta aveva ceduto all’abbraccio invitante di Morfeo, crollando con la testa appoggiata alla mia spalla.
Fuori pioveva una pioggerella sottile e le previsioni non facevano certo sperare in meglio per il resto della giornata, ma la cosa non mi preoccupava affatto, tale era la mia eccitazione per quel viaggio lontano; tanto meno creava pensieri ai nostri genitori che erano ben oltre le solite quattro chiacchiere di cortesia, completamente immersi in un focoso e acceso dibattito politico che spaziava dai fatti di cronaca nazionale alle riforme del governo. Passarono i minuti, forse una decina o più, e il treno con uno scossone riprese a muoversi.
Mi ero quasi assopito anche io, cullato dal tepore dello scompartimento, quando d’improvviso una voce ferma, profonda e a tratti minacciosa gridò nel corridoio: «Biglietti, prego! Mostrare i biglietti!»
Fece così sobbalzare e sbarrare gli occhi a tutti i presenti nello scompartimento ormai dormiente o quasi. Era il controllore — o bigliettaio come si usava dire allora — un omone imponente con una testolina stranamente piccola rispetto al torso, agghindato in una rigida uniforme scura d’ordinanza con un cappello rigido di qualche taglia più grande, che gli scivolava continuamente sulla fronte per via del sudore che gli imperlava la pelle.
Un intreccio confuso di braccia, mani e biglietti ferroviari in cartoncino rigido si presentò a lui a pochi centimetri dalla sua cintola di cuoio, dove tra l’altro si notava l’ultimo dei bottoni della camicia azzurra infilata a forza nei pantaloni, penzolante e orfano del suo legittimo filo di cotone.
Davanti a quel groviglio improvviso di mani e biglietti, quasi infastidito dal dovere quotidiano, storcendo il naso con una smorfia di superiorità, prese un biglietto, poi ripensandoci afferrò tutta la mazzetta offerta da mio padre e da Sandro e iniziò a bucarli uno per uno con la sua pinza metallica scattante. Clac. Clac. Clac. Quei piccoli buchi tondi sul cartoncino sembravano già presagire il tema invisibile della mia vita.
A quel punto mia madre, con un mezzo sbadiglio e sistemandosi i capelli, chiese con cortesia: «Scusi, saprebbe dirci dove siamo arrivati?»
Il controllore, quasi come per una sottile vendetta verso chi osava interrompere la sua routine imperiale, rispose con un chiaro ghigno di sfida: «Beh… signora, se dovessi dire a tutti i passeggeri del treno dove siamo arrivati a ogni fermata… Comunque, tra pochi minuti saremo a Chiusi-Chianciano Terme…»
E andò via goffamente, urtando le pareti del corridoio a destra e a sinistra, in preda al dondolio instabile del treno e quasi portandosi via mezza porta a vetri per via della sua mole consistente. Trattenni a stento una spontanea e grassa risata che mi solleticava la gola.
Ripiombai in un profondo sonno, assorto, stordito e cullato dal valzer sordo del vagone sulla strada ferrata. Mentre dormivo avevo l’impressione nitida di sognare, ma non riuscivo a ricordare i dettagli dell’immagine; certo era che provavo una strana sensazione di piacevole fastidio sul naso, come se qualche insetto curioso o una piuma leggera fosse lì a sostarvi continuamente. Mi agitavo a tratti, muovendo il capo, e per alcuni secondi tentai di scacciare con le mani quell’elemento che mi solleticava e pungeva il naso.
Mi svegliai di sobbalzo, con due occhioni sbarrati che mi fissavano da pochissimi centimetri, incorniciato in una corale e fragorosa risata di gruppo!
Era Giulietta che mi scherniva e si divertiva alle mie spalle, toccandomi delicatamente con un bastoncino di legno la punta del naso, e tutti gli adulti insieme mi osservavano ridendo a crepapelle delle mie reazioni comiche nel sonno. Ero diventato per un attimo il giocattolo dello scompartimento, l’intrattenimento del viaggio.
E così mi risvegliai del tutto proprio a ridosso della tanto desiderata meta. La capitale era ormai vicina: dai finestrini sporchi si scorgevano le prime periferie romane, i blocchi di palazzi, le officine e infine la sagoma imponente della Stazione Termini.
In men che non si dica il corridoio lungo e stretto del treno si riempì di persone che, in un lungo serpentone umano e in fila indiana, si spintonavano verso le porte di uscita caricandosi di valigie di cartone, borse di pelle e pacchi legati con lo spago. Le facce delle persone erano un misto di stanchezza accumulata durante le ore di tragitto e di evidente soddisfazione per l’arrivo; pochi sorridevano apertamente, solo una coppia di giovani fidanzati, sghignazzando, lanciava risate fendenti nel corridoio affollato.
Il treno non era ancora completamente fermo nella stazione e di tanto in tanto accelerava per poi frenare di colpo con uno stridio metallico, quasi a singhiozzare sugli scambi. In questo balletto improvvisato, in preda agli scossoni violenti del convoglio, la gente si accalcava e si urtava spesso violentemente, come un gregge di pecore costretto in un tratto stretto di sentiero montano. Qualcuno perdeva momentaneamente l’equilibrio e crollava rovinosamente addosso alla persona che si trovava davanti a sé.
Così successe al papà di Giulietta, il quale, distratto nel tentativo di afferrare il suo pesante borsone di cuoio dal portabagagli alto, cascò goffamente con tutto il suo peso su una signora distinta nel corridoio. La signora, a sua volta, come nella reazione a catena di un domino, si rovesciò addosso al ragazzo dinanzi a lei, il quale a stento riuscì a mantenere l’equilibrio aggrappandosi disperatamente alla spalla del suo amico vicino!
Una scena degna di una comica del cinema muto. Io e Giulietta ci guardammo in faccia e scoppiammo a ridere come dei matti, piegati in due e senza riuscire più a fermarci.
Sembrava fatta, ma prima che il treno fosse finalmente immobile sul binario della stazione e che i macchinisti aprissero le porte di ferro, passarono quasi altri venti minuti di snervante attesa. La gente era esausta, accaldata, ma immensamente felice di uscire all’aria aperta. Uscimmo tutti in un baleno, o almeno così ci parve: era più la frenesia e la voglia di uscire che la realtà a darci quella sensazione di velocità.
Finalmente a terra! La stazione Termini era una vera bolgia infernale di persone in movimento, bagagli ammassati, treni in arrivo e in partenza, annunci metallici che rimbombavano costantemente dagli altoparlanti e carrelli dei bagagli che sferragliavano sul marciapiede. Un vero e proprio caos cittadino, ma noi tutti eravamo felici; stanchi, certo, ma immensamente felici.
Eravamo a Roma. Anche il tempo, quasi per incanto, si era aggiustato: la pioggia della Toscana era un lontano ricordo, sopra la capitale risplendeva un sole caldo e primaverile e si respirava ovunque un’irresistibile aria di festa e di vacanza. Bene, il viaggio era iniziato davvero.
IL SOGGIORNO ROMANO
Eravamo tutti molto contenti ed eccitati di essere arrivati a Roma. Senza perdere tempo tra la folla della Stazione Termini, guadagnammo le scale per la metropolitana e raggiungemmo la fermata di Piazza di Spagna. Da lì a poco, inoltrandoci in una di quelle viuzze caratteristiche e lastricate che ricamano il centro storico, raggiungemmo il nostro a…

