
TRA UN BIT E UN BOT
Cronache semiserie della Generazione X, stritolata tra baby pensionati e nativi digitali
by Antonio Tisi
Sei nato tra la fine degli anni Sessanta e i primi Settanta? Allora sei ufficialmente l'ammortizzatore sociale d'Italia. Marco Rossi, classe 1968, è cresciuto cullato dalla certezza che una laurea gli avrebbe garantito il posto fisso, la pensione a cinquant'anni e una vita comoda come quella di suo padre, andato a riposo nel 1984 nel pieno delle sue forze. Invece si ritrova nel nuovo millennio a navigare tra contratti a termine, euro, riforme previdenziali da incubo e la transizione brutale dalle audiocassette all'intelligenza artificiale. Oggi la sua vita è un campo di battaglia generazionale: da un lato il genitore boomer, sereno titolare di un assegno statale dorato; dall'altro la figlia Sofia, paladina della Generazione Z afflitta da ecoansia che gli rimprovera ogni singolo scontrino. Nel mezzo c'è lui, condannato a pagare i conti di tutti senza alcuna promessa per il proprio domani. Tra pranzi domenicali surreali e il disperato tentativo di non soccombere al padel, Tra un bit e un bot è un affresco ironico, lucido e irresistibilmente amaro su una generazione invisibile che resiste col sorriso.
- Non-Fiction
- Literary Fiction
- Memoir
- Generational Saga
- Family Drama
Il profumo del Miracolo (e il puzzo del conto)
Mio padre era andato in pensione a quarantasette anni. Non perché fosse invalido, non perché avesse scoperto una vena d’oro sotto il tinello di casa, e nemmeno perché avesse lavorato nelle miniere di zolfo a mani nude. Semplicemente, nel 1984, la legge glielo permetteva. Aveva accumulato diciannove anni, sei mesi e un giorno di servizio da impiegato catastale, ed era uscito dall’ufficio a passi di danza, salutando i colleghi con un gesto della mano e la promessa di dedicarsi alla pesca alla trota per i successivi quarant’anni.
Io avevo sedici anni, indossavo un paio di jeans scuciti sul ginocchio e guardavo mio padre smontare la sveglia dal comodino con la solennità di chi sta consegnando al museo gli strumenti di tortura del Medioevo.
«Marco,» mi disse con una gravità mistica, infilandosi le ciabatte in pelle di capra «noi abbiamo ricostruito l’Italia. Adesso tocca a voi divertirvi».
Il piccolo dettaglio che papà si era dimenticato di menzionare — o che forse la sua generazione non aveva minimamente calcolato nel bilancio della festa — era che per pagare la sua canna da pesca, la sua pensione anticipata, la casa al mare a Sabaudia e le vacanze sulla Riviera Adriatica con la Vespa 125, qualcuno avrebbe dovuto firmare un assegno in bianco. E quell'assegno, senza che me ne rendessi conto, era già stato spillato sul retro del mio certificato di nascita, anno di grazia 1968.
Noi della generazione di mezzo siamo nati esattamente lì: nel punto d’intersezione tra l’odore del mirto selvatico della spensieratezza e la zaffata acre del conto a saldo che arrivava da lontano. I nostri genitori — nati negli anni Quaranta e Cinquanta — erano i figli legittimi del miracolo economico. Avevano visto l’Italia passare dal carretto a cavalli alla Fiat 500, dal focolare di campagna al frigorifero Zoppas. Avevano divorato tutto: il cemento, la spesa pubblica, i diritti acquisiti, le liquidazioni d'oro e le assunzioni per chiamata diretta al Comune. Avevano banchettato come se la notte non dovesse finire mai, lasciando sul tavolo le briciole, le bottiglie vuote e una montagna di piatti da lavare.
E chi c’era in cucina con la spugnetta in mano e il detersivo per i piatti ormai terminato? Noi.
Nati tra il 1960 e il 1970, cresciuti con il mito che "basta studiare e trovi un lavoro vero", ci siamo svegliati trent’anni dopo scoprendo che il tavolo del banchetto era stato venduto all’asta per saldare il debito, e che i nostri figli — nati nei primi anni duemila, svezzati a pane e Wi-Fi — ci guardavano con l’odio viscerale di chi ci ritiene complici del saccheggio.
«Voi avete avuto tutto!», mi urla oggi mia figlia Sofia, diciannove anni, lo sguardo incollato a uno schermo da 6,7 pollici mentre invia un video su TikTok in cui denuncia l’ansia climatica e il collasso del capitalismo globale.
«Sofia, io a trent’anni prendevo due milioni di lire al mese con un contratto a progetto e dormivo su un divano letto che profumava di umidità e muffa!» rispondo.
«Appunto! Avevi un contratto! Avevi un divano! Noi non avremo nemmeno la pensione!», replica lei prima di chiudersi a chiave in camera con la sua luce ad anello per le dirette streaming.
E ha ragione. Ma ha ragione anche mio padre che, dalla sua veranda in campagna dove vive beato dal 1984, mi chiama ogni domenica per chiedermi se ho depositato il modulo per il rimborso IRPEF.
Siamo la generazionale terra di nessuno. Né carne né pesce. Troppo giovani per aver rubato la torta, troppo vecchi per imparare a cucinarne una nuova con la farina d'insetti e la realtà aumentata. Rimasti bloccati in un limbo infinito, con la schiena incriccata dall'età e la certezza matematica che la nostra pensione non sarà un assegno mensile, ma un’illusione ottica.
Latte e Nesquik, Carosello e pensioni baby
La mia infanzia ha il sapore del latte intero bollito nel pentolino di alluminio con la panna che si formava in superficie, quella patina spessa che mia madre toglieva con il cucchiaio lasciando scivolare dentro tre montagne di Nesquik in polvere. Erano gli anni Settanta. Le case profumavano di cera per parquet, cotolette fritte nel burro e sigaret…

