
STENO
DallaTodt ai monti della Resistenza: la scelta morale di un uomo giusto
by daring meadow 507
Nel 1944 la Liguria è un labirinto di paura, macerie e compromessi. Stefano Pastorino, giovane studente di legge originario di Sassello, accetta un impiego civile negli uffici della Todt a Genova convinto di servire il proprio Paese. Ma quando tocca con mano la violenza brutale dell'occupazione nazifascista, l'unica risposta possibile diventa il riscatto morale: sabotare i carichi di rifornimenti e far arrivare armi alla Resistenza. Tradito e costretto a una rocambolesca fuga con un semplice tagliacarte in pugno, Stefano si rifugia nei boschi aspri della Valle Argentina. Qui nasce «Steno», il commissario partigiano che sceglie la meticolosità della logistica e la fermezza della pietà umana anche nel fango di Badalucco, guidando tregue impossibili per dare sepoltura a ogni caduto, senza distinzione di divisa. Attraverso gli anni incandescenti del conflitto fino alla rinascita civile come Comandante dei Vigili Urbani di una Milano in pieno boom economico, STENO è l'intenso affresco storico di un'esistenza guidata da un incrollabile senso del dovere civico. Un romanzo biografico potente sulla memoria, sul coraggio silenzioso e sull'onore di restare umani.
- Historical Fiction
- Literary Fiction
- World War 2
- Character Study
- Coming of Age
Il ragazzo di Sassello
Stefano Pastorino nacque a Sassello il 24 maggio 1923. Quando Carmela riuscì a riposare, Costantino rimase accanto al bambino, incerto se avvicinarsi ancora o lasciare che dormisse. Il piccolo teneva una mano fuori dalla coperta. Il padre gliela ricoprì; un momento dopo era di nuovo libera. Carmela aprì gli occhi. «Lascialo.» Costantino ritrasse la mano e si sedette. Dalla strada salivano una voce e il rumore di qualcuno che passava. Gli parve strano che fuori si continuasse a fare le stesse cose del giorno prima.
Nei primi anni Stefano conobbe il paese dalle ginocchia degli adulti, dalle soglie sulle quali non doveva inciampare, dai luoghi dove sua madre poteva vederlo senza interrompere il lavoro. Quando imparò a correre, ogni commissione divenne più lunga. Doveva fermarsi a guardare una ruota smontata, seguire un cane, aspettare che un uomo finisse di sistemare un carico. Tornava con la cosa richiesta e una domanda che non aveva niente a che fare con quello. Carmela gli prendeva l’involto e lo mandava a lavarsi le mani. Le domande ricominciavano a tavola, quando Costantino tentava di parlare della giornata.
Una volta il padre lo portò con sé fuori dal paese. Stefano partì facendo attenzione a posare i piedi nelle sue impronte. Dopo poco smise: le gambe di Costantino erano troppo lunghe e lui doveva saltare. Cominciò a raccogliere sassi, scegliendo quelli che avevano una vena diversa nel mezzo. A ogni curva la tasca pesava di più. Quando il padre gli propose di lasciarne qualcuno, si rifiutò; poco dopo gli domandò di portargli la giacca. Costantino la prese, sentì il peso e lo guardò. «Anche le pietre?» Stefano arrossì. Alla fine ne scelse una sola. La tenne stretta per tutto il ritorno e la dimenticò sul davanzale appena entrarono in casa.
A scuola le cose avevano un ordine che non sempre capiva. Bisognava sapere la risposta, ma anche aspettare prima di dirla; bisognava scrivere in fretta senza mostrare fretta. Stefano premeva sulla matita finché gli faceva male il dito. Se sbagliava una parola cancellava tanto da consumare la carta. Un giorno tornò con un buco nel quaderno e lo nascose sotto un altro foglio. Costantino lo scoprì cercando ciò che il figlio voleva mostrargli. «Qui cosa c’era?» «Era sbagliato.» Il padre sollevò la pagina verso la luce. «Adesso non si vede più nemmeno l’errore.» Stefano non trovò la frase divertente. Riprese il quaderno e trascorse il resto del pomeriggio a ricopiare.
Gli piacevano soprattutto le storie che continuavano. Prima di chiudere un libro cercava la prima riga della pagina seguente, per sapere se vi avrebbe ritrovato le stesse persone. La madre lo chiamava due volte; alla terza entrava e gli toglieva il volume dalle mani. Lui protestava che mancava poco, anche quando mancava moltissimo. Un pomeriggio le chiese di ascoltare ciò che aveva appena letto. Carmela sedeva con un lavoro sulle ginocchia. Stefano cominciò in piedi, dando alle voci un’importanza eccessiva; poi si sedette vicino a lei e dimenticò di recitare. Quando si fermò, la madre gli domandò come andasse a finire. «Non sono ancora arrivato.» Lei gli restituì il libro. «Allora dopo me lo dici.»
Crescendo si accorse che in paese esistevano conversazioni nelle quali il suo arrivo cambiava qualcosa. Un uomo interrompeva una frase, un altro domandava di scuola. Non poteva sapere se fosse per proteggerlo o perché non gli riconoscessero ancora il diritto di ascoltare. Cercò una spiegazione da Costantino. Il padre gli chiese quali parole avesse sentito; Stefano ripeté soltanto quelle di cui era sicuro. Ci fu un silenzio, poi gli venne detto di non andare in giro a completare le frasi degli altri. Rimase deluso. Avrebbe preferito ricevere un segreto, qualcosa che dimostrasse che era diventato abbastanza grande.
Le cerimonie, i discorsi e le parole d’ordine del fascismo accompagnavano gli anni della scuola. Stefano imparava ciò che gli chiedevano, si metteva in fila, cercava il proprio posto fra gli altri ragazzi. In casa le giornate erano misurate diversamente: ciò che c’era da comprare, un lavoro da finire, una visita rimandata per la pioggia. Una sera ripeté con convinzione una frase ascoltata durante una cerimonia. Costantino gli domandò che cosa volesse dire. Stefano provò a spiegarla usando altre parole sentite nello stesso discorso. Il padre lo lasciò parlare. Quando il ragazzo si fermò, Carmela gli passò il piatto. Non ne discussero più, ma il giorno seguente Stefano cercò sul libro una parola che aveva pronunciato senza comprenderla.
L’idea del liceo entrò in casa attraverso un colloquio che gli adulti fecero dapprima senza di lui. Stefano li sentiva dall’altra stanza e non riusciva a distinguere se stessero approvando o rinviando. Poi Costantino lo chiamò e gli chiese se volesse davvero continuare a studiare a Savona. Il ragazzo rispose subito di sì. Il padre gli fece altre domande: la distanza, gli orari, il lavoro che avrebbe dovuto fare da solo. A quelle rispose più lentamente. Carmela teneva sul tavolo un foglio con alcune cifre; quando Stefano si avvicinò, lo lasciò dov’era. Per la prima volta il ragazzo vide il proprio desiderio scritto nella stessa colonna delle spese.
Nei giorni prima della partenza continuò a incontrare persone che gli raccomandavano di studiare. Uno gli disse che sarebbe diventato un uomo importante, e lui non seppe dove guardare. Un altro volle sapere se a Sassello non ci fossero abbastanza cose da imparare. Stefano tornò a casa irritato e se la prese con la cartella, troppo vecchia secondo lui per una scuola nuova. Costantino controllò la cucitura, tirò la cinghia e gliela restituì. «Questa arriva a Savona.» Il ragazzo la prese senza ringraziare. Più tardi, rimasto solo, pulì con un panno la fibbia e il cuoio circostante. Quando Carmela passò davanti alla stanza, lo vide e proseguì senza dire niente.
La cartella non si chiudeva. Stefano aveva disposto i libri due volte, mettendo sotto i più grandi, ma la fibbia restava corta di un buco. Costantino lo guardò armeggiare, poi gli sfilò il dizionario che aveva infilato di traverso. «Questo forse conviene portarlo in mano.» Carmela arrivò dalla cucina con il pane avvolto nella tela e lo posò sopra tutto il resto. Il ragazzo alzò gli occhi. «Adesso non si chiude più.» «Allora prima mangi», disse lei. Il padre si mise a ridere; Stefano provò ancora con la cinghia e stavolta riuscì a fermarla. Aveva quindici anni e non voleva partire da Sassello con un libro sotto il braccio e il pranzo in mano, come un bambino al quale nessuno avesse insegnato a prepararsi.
Fuori l’aria sapeva di legna umida. Dal fondo della strada un uomo salutò Costantino e domandò dove andassero così presto. «A Savona. Per la scuola.» La risposta attirò un’occhiata sul ragazzo. Stefano conosceva quella maniera di guardarlo: tutti sapevano di chi fosse figlio, qualcuno ricordava persino il giorno in cui era nato e si sentiva autorizzato a confrontarlo con un bambino che lui non ricordava più. Il liceo Chiabrera prometteva almeno questo: persone alle quali avrebbe dovuto dire il proprio nome. Carmela lo accompagnò fino alla soglia e gli lisciò la spalla della giacca. Lui fece per sottrarsi, poi rimase fermo. Sua madre ritirò la mano prima che occorresse dirle niente.
La strada piegava fra boschi e pendii, lasciando apparire il paese sempre più piccolo. Stefano cercava di seguire le indicazioni del padre, ma guardava soprattutto oltre la curva successiva. A Sassello gli bastava il nome di una famiglia per sapere dove andare; a Savona avrebbe dovuto imparare le vie, gli orari, le porte. Costantino gli fece ripetere dove si sarebbero ritrovati. «Ho capito.» «Dimmelo.» Stefano obbedì con impazienza. Poco dopo domandò se il posto fosse vicino alla scuola e il padre gli lanciò un’occhiata divertita. Arrivarono con anticipo. Davanti al Chiabrera Costantino si fermò a sistemarsi il cappello, concedendogli il tempo di entrare senza essere accompagnato fino in aula.
Nel corridoio un ragazzo urtò la cartella e il dizionario cadde. Si chinarono insieme; l’altro raccolse il volume e ne lesse il dorso. «Cominciamo bene.» Stefano gli chiese dove fosse la classe. «La cerco anch’io.» Attraversarono il corridoio cercando di non sembrare smarriti. In aula Stefano scelse un banco vicino alla finestra e passò il dito su un nome inciso nel legno. L’insegnante entrò mentre stava ancora cercando di decifrarlo. Alla prima domanda si alzò troppo in fretta e fece cadere il quaderno. Qualcuno rise, lui arrossì; cinque minuti dopo non ricordava più chi fosse stato, perché aveva davanti una frase latina che gli resisteva.
Gli piacque presto quella fatica. C’erano mattine nelle quali il significato affiorava da una desinenza, e altre in cui una pagina intera si sfasciava per una parola interpretata male. Su un compito corretto l’insegnante scrisse che aveva ragionato troppo intorno a ciò che il testo diceva semplicemente. Stefano tornò al banco irritato. Durante l’intervallo difese la propria traduzione con tanta ostinazione che il compagno gli tolse il foglio. «Va bene. Hai ragione tu. Ma il voto resta quello.» Si guardarono, poi risero. Nei mesi successivi il ragazzo di Sassello imparò anche a perdere una discussione senza portarsela dietro per l’intera giornata, benché non gli riuscisse sempre.
Il ragazzo che aveva raccolto il dizionario si chiamava Enrico. Faceva caricature sul bordo dei quaderni e sapeva imitare il professore senza muovere quasi le labbra. Stefano gli invidiava quella facilità: a lui una battuta veniva spesso quando gli altri erano già passati oltre. Si cercavano durante gli intervalli, dividevano un libro quando uno dei due lo dimenticava, discutevano per il posto vicino alla finestra. Enrico voleva sedersi lì per guardare fuori; Stefano sosteneva che da lì si leggesse meglio. Nessuno dei due credeva alla spiegazione dell’altro.
Un pomeriggio prepararono insieme una traduzione. Enrico tornava sulle stesse parole e sbagliava desinenze che di solito riconosceva subito. Stefano gli domandò se avesse dormito. L’amico fece un gesto con la mano: aveva aiutato in bottega fino a tardi e quella mattina era uscito senza finire il compito. Stefano spostò il vocabolario fra loro e riprese la frase dal verbo. Cercarono insieme il soggetto, discussero una costruzione e cancellarono due righe. Quando Enrico trovò il senso del periodo successivo, gli spinse il quaderno sotto gli occhi. «Questo lo so.» «Allora spiegalo tu.» Arrivarono in fondo più tardi del previsto. Prima di andarsene, Enrico disegnò sul margine un romano addormentato sul proprio scudo: secondo lui anche quello aveva lavorato in bottega prima di partire per la guerra.
Nei giorni successivi Stefano si fermò con lui durante qualche intervallo. A volte ripassavano, altre volte Enrico preferiva parlare d’altro e il libro rimaneva chiuso. Un compagno, vedendoli sempre sugli stessi fogli, domandò chi dei due stesse facendo il lavoro dell’altro. Enrico stava già per rispondere, ma Stefano gli mostrò una correzione ricevuta quella mattina. «Questa me l’ha trovata lui.» La conversazione finì lì. A casa, quando Costantino gli chiese degli studi, raccontò anche della bottega. Il padre volle sapere se l’amico riuscisse a riposare. Stefano non lo sapeva con precisione; la domanda gli rimase in mente insieme all’orario delle lezioni.
Una sera Enrico gli disse che avrebbe dovuto lasciare la scuola. In casa occorreva un guadagno regolare e il proprietario della bottega gli aveva offerto un posto. Stefano ascoltò gli orari, la paga, il tempo necessario per arrivarci. Gli domandò se desiderasse ancora studiare. «Sì. Ma quando torno non vedo più le righe.» Rimasero per un tratto a camminare senza parlare. Stefano gli propose di chiedere al professore quali possibilità ci fossero per riprendere più avanti, se lui lo voleva. Enrico accettò, purché la questione non diventasse un discorso davanti alla classe. Ci andarono insieme alla fine delle lezioni. Il professore indicò libri ed esercizi da conservare; sul momento non aveva un modo per risolvere la necessità che portava il ragazzo al lavoro.
Stefano preparò un quaderno con il programma svolto e glielo consegnò qualche giorno dopo, senza riempirlo di compiti per ogni sera. Enrico ne sfogliò le pagine. In fondo c’erano ancora fogli bianchi. «Qui puoi disegnare i professori», gli disse Stefano. «Li faccio meglio sul tuo.» Risero. Quando l’amico lasciò la scuola, un altro ragazzo occupò il banco e le lezioni continuarono. Stefano passò qualche volta dalla bottega all’ora di chiusura. Aspettava fuori se c’erano clienti; poi facevano un pezzo di strada insieme, parlando di ciò che era successo a ciascuno. Enrico gli raccontava un lavoro riuscito, un rimprovero, il modo in cui il padrone contava due volte il resto. Aveva cose da insegnargli anche lui.
Un sabato riuscirono ad andare al mare. Enrico aveva le dita segnate dal lavoro e si divertiva a scegliere i sassi più piatti. Stefano ne fece rimbalzare uno due volte e pretese che fossero tre. L’amico lo accusò di voler correggere anche il mare. Restarono finché la luce cominciò a scendere sulle case. Prima di separarsi, Enrico domandò se potesse tenere ancora il quaderno: la domenica precedente aveva ripreso una pagina e voleva finirla. Stefano gli disse di conservarlo. Poi gli chiese di lasciargli almeno una delle caricature. Enrico strappò con cura il foglio del romano addormentato e glielo diede.
Fuori dalle aule gli altoparlanti e i manifesti davano all’Italia una voce più uniforme di quelle che sentiva nelle case. Durante una cerimonia Stefano rimase a lungo in piedi, con il sole sulla nuca, guardando un uomo che cercava di liberarsi dalla folla per raggiungere la propria bottega. A casa il padre discuteva di prezzi, lavoro, spese per i libri; nel giornale le difficoltà sembravano appartenere sempre a qualcun altro. Una sera Stefano lesse ad alta voce una notizia ottimistica. Costantino gli domandò di passargli invece il conto che aveva sotto il gomito. Non discussero del regime. Il padre sommò due cifre, le ricontrollò e cancellò un acquisto.
Il 10 giugno 1940 la voce della dichiarazione di guerra raggiunse anche loro. Stefano aveva compiuto da poco diciassette anni. Si voltò verso Costantino quando intorno cominciarono i commenti, aspettandosi un’indicazione su che cosa provare. «Andiamo», disse suo padre. Quattro giorni dopo, il bombardamento navale francese investì la costa: Savona, Vado e il settore di Genova. I nomi circolarono in paese insieme a notizie confuse. Stefano cercò fra i conoscenti chi avesse visto qualcosa; avrebbe voluto scendere subito, verificare che la scuola fosse ancora lì, ritrovare i compagni. Carmela gli domandò se credesse di essere l’unico al quale interessasse saperlo e lui tacque, ferito dall’asprezza. La sera la trovò a mettere da parte la sua biancheria. Si sedette accanto a lei e le raccontò una sciocchezza accaduta in classe; la madre ascoltò fino alla fine, pur avendola già sentita.
I quaderni si consumarono fino ai margini. Il pane nell’involto divenne più sottile, le lettere dal fronte passavano fra gli adulti, le assenze ebbero spiegazioni che a volte arrivavano giorni dopo. Nell'aprile del 1942 altre incursioni colpirono la costa savonese. Stefano preparava gli esami e lasciava il libro aperto quando qualcuno bussava: tornava alla stessa riga più volte, incapace di ricordare ciò che aveva appena letto. Il diploma arrivò ugualmente. Carmela lo mise sul tavolo sgombro, spostando perfino la cesta del cucito. Costantino gli chiese che cosa intendesse fare. «Giurisprudenza, a Genova.» Questa volta non lo aveva deciso per sottrarsi agli sguardi del paese. Voleva continuare, e sapeva che la risposta avrebbe pesato sui conti di casa. Il padre rimase qualche istante con il documento in mano. «Vediamo quello che serve.» Stefano gli portò il foglio sul quale aveva già cominciato a scriverlo.
Genova sotto le bombe
La donna delle scale non riusciva a infilare le scarpe al bambino. Lui ritirava i piedi, lei teneva una scarpa fra i denti per avere le mani libere, e la sirena continuava. Stefano scese due gradini, si inginocchiò e afferrò piano una caviglia. «Questa la mettiamo insieme.» Il piccolo smise di dimenarsi per guardarlo. Quando uscirono sul pianerotto…

