L'angolo Cieco

L'angolo Cieco

Un video cancellato, una verità manipolata: la corsa contro il tempo per fermare il regime

by Digit Studio

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Durante una concitata manifestazione nel cuore di Tunisi, la videomaker ventisettenne Nour riprende accidentalmente l'esecuzione di un inviato speciale dell'ONU. Sullo sfondo della scena c'è un uomo che non dovrebbe esistere: un archivista di Stato dichiarato morto da quattro anni. Pochi istanti dopo, il dispositivo di Nour subisce un attacco informatico da remoto. Il filmato originale svanisce, destinato a essere riscritto da un sofisticato algoritmo deepfake per fabbricare un colpevole politico e innescare la legge marziale. Braccata da una spietata compagnia militare privata, Nour non può contare sulle istituzioni. La sua unica speranza risiede in un'alleanza improvvisata: una brillante hacker, un capitano dell'antiterrorismo dal passato oscuro e un anziano tassista che conosce ogni vicolo della città. In una fuga disperata che si snoda dai labirinti della Medina fino ai sotterranei di vecchi cinema e complessi abbandonati, il gruppo intraprende una corsa contro i minuti verso il ripetitore montano di Djebel Boukornine. L'obiettivo è uno solo: violare il segnale satellitare e trasmettere il filmato originale prima del discorso presidenziale a reti unificate, prima che la menzogna diventi la sola storia ammessa.

  • Thriller
  • Crime Fiction
  • Political Thriller
  • Conspiracy Thriller
  • Action Thriller

L’odore di fumo e gelsomino

Avenue Habib Bourguiba, Tunisi
Venerdì, ore 18:45 — L’ora del tramonto

Il profumo del gelsomino, a Tunisi, non scompare mai del tutto. Nemmeno quando l’aria brucia di nafta, gomma vulcanizzata e lacrimogeni scaduti.

Nour Ben Salem teneva la tracolla in cuoio della sua Sony Alpha 7 IV stretta contro la clavicola sinistra, le nocche sbiancate per l’attrito. Aveva montato un 35 millimetri a focale fissa, apertura f/1.4: una lente da combattimento ravvicinato. Suo padre, quando le aveva insegnato a inquadrare la polvere delle rivolte del 2011 prima che una pallottola vagante gli spezzasse il diaframma, glielo ripeteva sempre: «Se la tua foto non è abbastanza buona, Nour, significa che non eri abbastanza vicina».

Quella sera, Avenue Habib Bourguiba era una gola d’asfalto e di corpi in ebollizione.

Cinquantamila persone avanzavano a ondate sotto i ficus secolari della passeggiata centrale, stretti tra i caffè liberty con le serrande a metà e i cordoni blindati della Police Nationale. Le bandiere rosse con la mezzaluna e la stella bianca sferzavano l’aria umida del crepuscolo, sbattendo come vele furiose contro il cielo color ruggine del Mediterraneo. Gridavano contro il rincaro del pane, contro le frequenze internet oscurate, contro l’ennesimo decreto legge che trasformava il dissenso in attentato alla sicurezza dello Stato.

Un ragazzino con la maglietta stinta della nazionale le tagliò la strada correndo, reggendo in mano una canna di bambù su cui erano infilzati decine di mashmoum — i piccoli bouquet circolari di gelsomini bianchi tenuti insieme da filo di refe.

«Due dinari, sorella! Porta fortuna contro gli idranti!»

Nour non rispose. Portò il mirino elettronico all’occhio destro.

Click-click-click.

Tre scatti a raffica. Il contrasto cromatico era perfetto: il bianco immacolato dei petali di gelsomino contro il plexiglass nero opaco degli scudi antisommossa schierati a venti metri, dietro i rotoli di filo spinato che sbarravano l'accesso al Ministero degli Interni.

Poi, la tasca interna della sua giacca di tela verde militare vibrò. Non con il trillo di una notifica ordinaria, ma con la pulsazione secca e tripla di Matrix, l'applicazione cifrata a livello hardware che usava per comunicare con pochissimi fidati.

Nour arretrò di due passi, riparandosi dietro il tronco nodoso di un ficus. Sbloccò il display oscurato da un filtro polarizzatore per impedire la lettura dalle telecamere di sorveglianza urbana montate sui lampioni.

Il mittente era un codice esadecimale anonimo. Ma la sintassi, telegrafica e autoritaria, apparteneva a una sola persona: Adel Trabelsi.

[HEX:7F01A]
«Vattene da Bourguiba. Adesso, Nour.
Non è un corteo spontaneo. Hanno preparato il set.
Se ti trovano con la camera accesa tra quindici minuti, non ci sarà nessun avvocato da chiamare.
Esci dal lato della Medina. Subito.»

Nour serrò la mascella. Sentì il sangue pompare alle tempie con un ritmo acido e metallico.

Adel. L’ex agitatore studentesco che dieci anni prima arringava le folle sui cofani delle auto bruciate, e che adesso sedeva ai tavoli riservati dei ministeri a curare la «comunicazione strategica di crisi» per conto di uomini senza volto. Ogni volta che Adel inviava un messaggio del genere, non era mai un consiglio amichevole: era il presagio di un macello imminente o la manovra sporca di un apparato che aveva deciso di cambiare il copione della serata.

«Non è un corteo spontaneo. Hanno preparato il set.»

Invece di voltare le spalle e infilarsi nel dedalo protettivo di Bab El Bhar verso la Medina, Nour fece esattamente l’opposto.

Riavvolse la cinghia della macchina attorno al polso, premette il selettore della fotocamera su Video 4K / 60 fps e controllò l'indicatore della scheda di memoria SD primaria: uno slot SanDisk Extreme Pro da 128 GB, cifrato al volo.

Si mosse a zig-zag tra la folla, sfruttando la sua statura minuta e la giacca scura per mimetizzarsi tra i collettivi universitari e i sindacalisti della ferrovia. L’aria si stava facendo irrespirabile: un acre odore di zolfo e gas CS cominciava a filtrare dalle traverse di Rue de Rome.

Fu allora, nei pressi della fontana monumentale di fronte alla maestosa facciata Liberty del Théâtre Municipal, che Nour notò l'anomalia.

La folla in quel punto era stranamente rada, quasi ci fosse una corrente sottomarina invisibile che deviava i manifestanti verso i lati della carreggiata. Attorno ai gradini di marmo del teatro c'erano tre uomini. Non indossavano le tute blu scuro dei reparti celerini né le magliette slabbrate dei ragazzi di quartiere.

Indossavano giacche sportive grigie, mocassini scuri da marcia urbana e un sottile cavo a spirale trasparente che scompariva dietro il colletto, dentro l'orecchio destro. Si muovevano con una calma geometrica, disponendosi a vertici di un triangolo perfetto attorno a un punto cieco del marciapiede.

Al centro di quel triangolo, fermo sotto il colonnato del teatro mentre fingeva di consultare un vecchio orologio da taschino, c'era un uomo sulla cinquantina. Alto, portamento aristocratico, un'impeccabile giacca di lino écru che stonava violentemente con la furia della piazza. All’occhiello della giacca portava un singolo bocciolo di gelsomino.

Nour sollevò lentamente l'obiettivo. Mise a fuoco la ghiera manuale sul petto dell'uomo in lino.

Nel mirino elettronico l'inquadratura tremò d'un tratto: un micromovimento involontario del polso prima che Nour contraesse i deltoidi, bloccando il respiro nei polmoni per inchiodare l'orizzonte della lente.

L'uomo con l'auricolare alla sinistra della fontana non guardava la folla, né i poliziotti. Guardava verso l'alto, in direzione della terrazza all'ultimo piano dell'Hotel Carlton, dall'altro lato della strada. Portò la mano destra al risvolto della giacca, compiendo un gesto rapido, quasi impercettibile: due dita tese che sfioravano il tessuto.

Un segnale.

Nello stesso istante, sul display della Sony di Nour, all’estremità sfocata dell'inquadratura, un secondo volto entrò nel campo visivo. Un uomo fermo all'ombra dei portici, con occhiali cerchiati in corno tenuti insieme da un nastro nero e una cicatrice scura alla base del collo.

Nour sentì le ginocchia cedere per un millisecondo. Quel viso lo conosceva. Lo aveva visto stampato su centinaia di faldoni d'archivio e nelle rassegne stampa commemorative: Sami Ben Youssef. L'archivista generale del Ministero sparito quattro anni prima, ufficialmente annegato nel naufragio di un peschereccio al largo delle isole Kerkennah.

Era vivo. Ed era lì.

Nour premette a fondo il tasto di registrazione rosso.

Il cronometro sul display iniziò a scorrere: 00:00:01... 00:00:02...

Un sibilo sordo e ovattato lacerò il frastuono dei tamburi della piazza. Non fu un boato, ma un colpo secco e soffocato, come un ramo secco spezzato a mani nude nel silenzio di una cattedrale.

La folla davanti alla scalinata del teatro emise un unico, disumano urlo corale e arretrò di colpo come un'onda impazzita contro gli scogli.

L’angolo cieco

L’uomo in lino écru stramazzò all’indietro sul primo gradino della scalinata, le braccia spalancate come se cercasse un appiglio nell'aria satura di zolfo. Una chiazza densa e scura gli fiorì al centro del petto, lacerando la trama chiara della stoffa e trasformando il bocciolo di gelsomino in una poltiglia cremisi. Attorno al corpo, il vuoto si di…

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