
PELLEGRINO CINQUE STELLE
Un Cammino di Santiago controvento, tra imprevisti, ironia e autentica libertà
by Elena Pellanda
Chi ha stabilito che un vero pellegrino debba per forza soffrire in silenzio, dormire per terra e camminare fino allo sfinimento? Nella primavera del 2012, Elena parte da Parigi e raggiunge il valico pirenaico di Somport per affrontare il Cammino Aragonese. Ad attenderla non ci sono miti paesaggi soleggiati, ma bufere di neve improvvise, fango, piogge torrenziali e raffiche di vento gelide. Quando i dolori fisici e vecchie difficoltà motorie bussano alla porta, la risposta non è la resa, né un cieco fanatismo penitenziale: è una pragmatica, liberatoria deviazione in autobus e taxi, alternando tappe a piedi e notti in alberghi accoglienti. Nasce così il ritratto scanzonato e lucidissimo di un «pellegrino a cinque stelle». Dai monasteri templari alle processioni solenni di Jaca, tra incontri fugaci con viandanti indimenticabili e tavole imbandite di sapori iberici, il viaggio si trasforma in una riscoperta profonda del rispetto per se stessi. Pellegrino Cinque Stelle è un diario di viaggio sincero, spassoso e anticonformista che demolisce i dogmi del cammino tradizionale per celebrare la bellezza imperfetta della vita e della libertà.
- Non-Fiction
- Adventure
- Memoir
- Adventure
- Wilderness
Parigi - Oloron Sainte Marie
Il benvenuto a Parigi me lo dà un tassista in motocicletta, un tipo con un sorriso disarmante e una battuta già pronta sulle labbra, che mi propone una corsa diversa dal solito: niente portiere, niente sedili di pelle, solo lui, la sua due ruote sbrilluccicante e il traffico della capitale da affrontare in slalom. Per un attimo sono tentata. C'è un sole tiepido, quello strano sole d'aprile che illumina i marciapiedi senza scaldarli davvero, e un pizzico di follia mi farebbe bene. Poi ci ripenso e scelgo la prudenza di un taxi tradizionale, che mi porta all'hotel vicino alla Gare de Montparnasse comodamente sprofondata nei sedili, come si conviene a chi sa che gli agi veri finiranno presto.
Lascio lo zaino in camera e esco a camminare senza meta, perché Parigi va presa così, a piccoli sorsi, senza l'ansia di dover vedere tutto. So già che è una città che si lascia scoprire meglio restando fermi a un tavolino piuttosto che correndo da un museo all'altro. Trovo un bistrot all'angolo di una via qualunque, di quelle che sembrano uscite da una fotografia in bianco e nero, con le tende a righe un po' sbiadite e il cameriere che si muove con la lentezza elegante di chi ha tutto il tempo del mondo. Mi siedo all'esterno, ordino una birra fresca, e resto a guardare i passanti: un uomo con l'impermeabile grigio che cammina veloce stringendo una ventiquattrore, un vecchio con il basco che porta a spasso un cane pigro quanto lui. Mi sembra di essere seduta dentro uno scatto di Doisneau, o in una delle vie che il commissario Maigret percorre fumando la pipa, con quella luce opaca e malinconica che Parigi sa regalare anche quando il cielo è terso.
Apro la Moleskine e comincio a scrivere, perché il diario va cominciato subito, prima che la stanchezza del viaggio cancelli i dettagli più piccoli. Mando un messaggio alla mia amica, quella che sarà la mia sentinella a distanza per tutte le settimane a venire. «Qui Parigi, tutto bene» scrivo, e mi rendo conto che è una frase quasi ridicola da mandare il primo giorno, quando ancora non è successo nulla che possa preoccupare nessuno. Ma è un rito, e i riti vanno rispettati fin dall'inizio.
Il cameriere porta la cena che ho ordinato: una torta salata calda con insalata, e un'acqua minerale gasata che frizza nel bicchiere come se avesse fretta anche lei. Mangio piano, guardando la città scivolare verso la sera, e penso che il primo giorno è passato in fretta.
La mattina seguente salgo sul TGV diretto a sud. Il treno parte con un lieve ritardo, pare per un animale finito sui binari poco prima di Bordeaux, un contrattempo che il controllore annuncia con un tono talmente svogliato da far pensare che certe cose, in Francia, siano all'ordine del giorno. Fuori dal finestrino scorre una campagna ordinata, filari di vigne, casolari di pietra chiara, qualche campanile che spunta all'improvviso tra le colline. Mi lascio cullare dal rumore delle rotaie, e ogni tanto controllo l'orario sul biglietto come se temessi che il tempo possa sfuggirmi di mano prima ancora di arrivare ai Pirenei.
A Pau scendo in una stazione piccola e silenziosa. Ho giusto il tempo di trovare la coincidenza per Oloron Sainte Marie, un'automotrice solitaria che sembra uscita da un altro decennio, con i sedili in finta pelle consumata e un controllore che fa il giro due volte per il gusto di scambiare due parole con ogni passeggero. Il paesaggio cambia rapidamente: le vigne lasciano il posto a pascoli, e i pascoli a greggi di pecore che pascolano indifferenti sotto una nebbia bassa che si infittisce man mano che si sale di quota. Le colline si fanno più ripide, i boschi più scuri, e capisco che i Pirenei non sono più un'idea astratta sulla cartina, ma una presenza concreta che si avvicina a ogni curva.
Il treno sosta pochi minuti a ogni fermata: rintocca il batacchio di una campanella, scendono poche persone, nessuno sale. Il capotreno fischia, risale in carrozza, con uno scossone si riparte, e così fino al capolinea.
Quando arrivo a Oloron Sainte Marie il tempo è pessimo. Piove con una costanza fredda e metodica, il tipo di pioggia che non ha fretta di finire perché sa di avere tutto il giorno a disposizione. Scendo dal treno con lo zaino in spalla e la giacca impermeabile già inzuppata, e mi dirigo verso il centro cercando un tetto sotto cui ripararmi. Trovo un piccolo hotel a pochi passi dalla stazione, con un'insegna sbiadita e una porta a vetri che tintinna quando entro.
Alla reception mi accoglie un concierge di una certa età, formale fino all'eccesso, che controlla il registro con la lentezza di chi crede che la fretta sia un vizio moderno da non assecondare.
« Una camera singola, se possibile » dico, scrollandomi la pioggia dalle spalle.
« Vediamo, vediamo » risponde lui, sfogliando pagine che sembrano non finire mai. « Abbiamo la dodici, ma è piccola. O la diciotto, più silenziosa, ma guarda sul cortile. »
« Va bene qualunque delle due, davvero, purché ci sia un letto e un bagno caldo. »
Lui annuisce, ma continua a soppesare la decisione come se stesse assegnando una suite reale e non una stanza per una pellegrina fradicia. Alla fine mi porge la chiave della diciotto con un gesto solenne, quasi stesse consegnando una medaglia, e lo ringrazio cercando di non far trasparire quanto io sia stanca.
Lascio lo zaino a sgocciolare in un angolo e esco di nuovo, mappa alla mano, perché Oloron merita di essere vista anche sotto questo cielo plumbeo. Il borgo medievale si arrampica su uno sperone roccioso, con le case che sembrano aggrapparsi le une alle altre per non precipitare nella forra sottostante. Attraverso un paio di ponti in pietra consumati dai secoli, con il torrente che scorre gonfio e scuro sotto di me, e arrivo infine davanti alla cattedrale romanica di Sainte Marie.
Il portale scolpito mi lascia a bocca aperta più di quanto mi aspettassi. Le figure di pietra, erose dal tempo ma ancora leggibili, raccontano scene di vita quotidiana medievale con una franchezza che sorprende: contadini intenti nella macellazione del maiale, coltelli alzati, carcasse appese, un realismo quasi brutale incastonato tra santi e angeli. Mi fermo a lungo a osservare quei dettagli, pensando a quanto fosse diversa, e forse più onesta, l'arte sacra di allora, capace di mettere fianco a fianco il sacro e il crudo della sopravvivenza contadina senza alcun imbarazzo.
Dentro, una targa ricorda la visita di Papa Giovanni Paolo II, avvenuta decenni prima, durante uno dei suoi viaggi in Francia. Mi siedo su una panca di legno scuro, ad ascoltare il silenzio della navata rotto solo dal gocciolio che filtra da qualche fessura del tetto, e penso a quante generazioni di viandanti abbiano varcato quella stessa soglia prima di me, zuppi come me, in cerca dello stesso riparo.
Quando esco, la pioggia è diventata un acquazzone vero e proprio, di quelli che non lasciano scampo. Cammino lungo la via principale cercando un posto dove asciugarmi e rifocillarmi, e trovo un piccolo locale con l'insegna «Chez Ninì» scritta a mano su una lavagna appesa fuori. Entro gocciolando, e dietro al bancone una donna sulla cinquantina, con le mani infarinate e il viso aperto di chi ha passato la vita a sfamare la gente, mi guarda con un misto di compassione e divertimento.
« Siete fradicia come un pulcino » dice, asciugandosi le mani nel grembiule. « Venite, venite, si sieda qui vicino al camino. »
« Avrei bisogno di qualcosa di caldo, anche se temo di essere fuori orario. »
« Per una come lei l'orario lo decido io » risponde Ninì, con un sorriso che chiude la discussione prima ancora che cominci.
Mi serve un piatto abbondante con un assortimento di specialità locali: insalata, uova sode, formaggio, paté, salumi, asparagi e molto altro ancora… e pane fresco. Mangio con una fame che solo il freddo e la pioggia sanno procurare, e quando penso di aver finito, Ninì mi porta anche una mousse al cioccolato, dicendomi che nessuno esce da casa sua senza aver assaggiato il suo dolce.
« È la specialità della casa » dice, orgogliosa. « Qui il cioccolato lo prendiamo sul serio. »
Mentre esco, sazia e un po' più asciutta, mi colpisce un odore intenso di cioccolato che sembra avvolgere l'intera via, quasi impossibile da spiegare in quel momento, come se il locale di Ninì avesse lasciato una traccia profumata ovunque. Mi chiedo per un istante se non sia solo suggestione, un effetto della stanchezza e della fame appena saziata che gioca scherzi all'olfatto. Solo molti mesi dopo scoprirò che non era affatto un'allucinazione: a pochi passi da lì sorge uno stabilimento Lindt, e quell'aroma dolce che mi aveva accompagnato lungo il borgo era semplicemente reale, concreto, fabbricato in grandi quantità proprio dietro quelle vecchie case di pietra.
Rientro in hotel con i vestiti ancora umidi ma lo stomaco pieno e il cuore stranamente leggero. Il concierge mi saluta con un cenno del capo, come se nel frattempo avesse deciso che la pellegrina della diciotto meritasse una certa considerazione. Salgo le scale strette, mi cambio, e mi lascio cadere sul letto ascoltando la pioggia che continua a battere contro i vetri. Domani, se tutto va bene, dovrei trovare un autobus che mi porti fino a Somport, all'imbocco vero e proprio del Cammino. Ma questo, per ora, resta un pensiero rimandato a domani, mentre fuori Oloron si addormenta sotto l'acqua e io, dentro, mi addormento con lei.
Oloron Saint Marie – Somport - Villanua
La colazione a Oloron Sainte Marie è un piccolo trionfo di burro e marmellata di prugne, caffè nero servito in una tazza enorme e un uovo alla coque che il concierge della sera prima mi porta personalmente, come se la generosità della tavola dovesse compensare la lentezza con cui mi aveva assegnato la stanza. Mangio con calma, sapendo che è l'ultim…

