
IL SILENZIO DELLE STATUE
Le indagini del Commissario Guglielmi
by GIACOMO BIANCHI
Nel cuore pulsante di Trastevere, l'antiquario Aurelio De Dominicis viene brutalmente ucciso nella sua bottega di restauro. L'unico testimone silenzioso del delitto è una statuetta di Venere in marmo bianco, posata con geometrica perfezione sul banco di lavoro intriso di sangue. Appena insediatosi a piazza San Callisto, il commissario Francesco Guglielmi capisce subito che i primi indizi contro il giovane assistente della vittima sono solo una trappola ben congegnata. Affiancato dall'ispettrice Teresa Corsi, Guglielmi scava nel passato dell'antiquario fino a scoprire un'inquietante verità: la scultura è una replica cava, protetta da un sofisticato congegno termico per custodire documenti esplosivi legati a un traffico illecito di opere d'arte. Tra galleristi potenti, perizie compiacenti e le ombre mefitiche del Tevere sotterraneo, Guglielmi dovrà ingaggiare una corsa contro il tempo prima che il killer cancelli per sempre l'ultima traccia di verità. Un noir serrato e raffinato, dove la bellezza immortale dell'arte si scontra con il volto più spietato dell'avidità umana.
- Mystery
- Crime Fiction
- Thriller
- Police Procedural
- Detective Story
- Murder Mystery
La bottega di Vicolo del Cinque
L'autunno a Trastevere non cominciava mai con il calendario, ma con l'odore acre di mosto e foglie umide che risaliva dai muraglioni del Tevere, incuneandosi tra i vicoli stretti come un respiro antico. Il commissario Francesco Guglielmi aveva lasciato l'auto di servizio all'inizio di via della Lungaretta, preferendo percorrere a piedi l'ultimo tratto di selciato sconnesso. Le scarpe di cuoio scuro producevano un suono secco e regolare contro i sanpietrini ancora lucidi per la pioggia della notte. Era il suo quarto giorno a capo del commissariato di piazza San Callisto, e la cartellina di cuoio sotto il braccio conteneva soltanto note di servizio ordinarie, pratiche amministrative e l'organico di un distretto che molti colleghi consideravano un feudo ingovernabile di bottegai, artigiani veraci e aristocratici decaduti.
Quando svoltò in Vicolo del Cinque, il nastro bicolore della Polizia di Stato spezzava già la penombra del passaggio coperto, teso tra lo stipite in travertino di un portone rinascimentale e l'insegna arrugginita di un ramaio. Due agenti in divisa trattenevano a stento un capannello di residenti in ciabatte e soprabito, mentre dal civico 14 proveniva il ronzio ovattato dei generatori portatili della Scientifica. Guglielmi si fermò un istante prima di superare la barriera di plastica. Sollevò lo sguardo verso le finestre del primo piano, osservando le persiane socchiuse, i vasi di gerani rinseccoliti e la targa in ottone brunito che recitava semplicemente: *Aurelio De Dominicis – Restauro e Antichità*.
«È arrivato il nuovo dirigente», mormorò una voce femminile alle sue spalle. L'ispettrice Teresa Corsi si fece largo tra i colleghi, mostrandogli il tesserino quasi per riflesso professionale prima di riporlo nella giacca a vento. Aveva i capelli scuri raccolti frettolosamente sulla nuca e lo sguardo affilato di chi conosceva ogni pietra di quel rione da prima ancora di indossare la divisa. «Benvenuto a bordo, dottor Guglielmi. Temo che il suo battesimo del fuoco a Trastevere non sarà una questione di scippi o risse tra avventori di osteria.»
«La telefonata parlava di un decesso non chiarito», rispose Guglielmi con un tono calmo, privo di enfasi, stringendo appena la mano guantata che l'ispettrice gli porgeva. «Il medico di base si è rifiutato di firmare la constatazione?»
«Il medico non ha fatto in tempo neppure a togliersi il cappotto», replicò Corsi, facendogli strada lungo il corridoio d'ingresso rivestito di pannelli di noce polverosi. «Lo ha trovato la donna delle pulizie alle sette e un quarto. Aurelio De Dominicis non rispondeva al telefono da ieri sera. Quando ha aperto con le sue chiavi, ha visto l'inferno sul pavimento della sala principale. Venga a dare un'occhiata, commissario. C'è qualcosa che non quadra con le solite rapine finite male.»
L'interno della bottega era un labirinto di scaffalature ricolme di cornici dorate, frammenti di capitelli, tele secentesche coperte da teli di lino e barattoli di vernice a spirito. L'odore di trementina e colla di coniglio era così denso da pizzicare la gola, ma sotto quella patina chimica Guglielmi percepì immediatamente la nota metallica e inconfondibile del sangue rappreso. Al centro della stanza più ampia, illuminata da due fari alogeni montati sui treppiedi dei tecnici, giaceva il corpo di un uomo sulla sessantina, riverso supino su un tappeto persiano consunto. Indossava un grembiule da lavoro in cuoio sopra una camicia a righe; le braccia erano allargate in una posa innaturale, mentre la testa presentava una vistosa lesione depressa alla regione parietale sinistra, circondata da una pozza scura ormai coagulata.
Guglielmi infilò i calzari protettivi e i guanti in lattice con movimenti metodici, prendendosi il tempo necessario per calibrare lo sguardo sull'insieme prima di scendere nei particolari. Non c'erano segni evidenti di colluttazione violenta: le pile di libri d'arte sui tavoli laterali erano intatte, i vasi di porcellana sulle mensole non mostravano oscillazioni o cadute, e persino una teca contenente argenteria da tavola rimaneva chiusa a chiave con la serratura intatta. Sul grande banco da lavoro in rovere massiccio, tuttavia, l'ordine consueto appariva spezzato da un unico elemento che attirava la luce delle lampade.
Accanto alla mano destra della vittima, perfettamente perpendicolare al bordo del piano di legno, si ergeva una statuetta di marmo bianco alta circa venticinque centimetri. Rappresentava una figura femminile nuda, con il panneggio che scivolava morbido dai fianchi fino al piedistallo sagomato: una Venere di squisita fattura classica, la cui superficie levigata rifletteva un chiarore quasi lunare in mezzo alla penombra della bottega.
«Nessun cassetto ribaltato, nessuna cassaforte forzata», osservò Guglielmi, chinandosi fino a portare gli occhi all'altezza del reperto senza toccarlo. «Chiunque sia entrato qui non cercava contanti né oggetti d'oro da rivendere ai ricettatori di Porta Portese. Guardi la polvere sul banco, ispettrice. Attorno al corpo è intatta, tranne che in corrispondenza di questa scultura.»
«Potrebbe essere l'oggetto conteso», ipotizzò Teresa Corsi, appoggiando un taccuino sul palmo della mano. «De Dominicis era uno dei massimi esperti di scultura lapidea a Roma. Se un cliente ha scoperto di aver acquistato una crosta o un falso, la discussione potrebbe essere degenerata in pochi secondi.»
«Un cliente infuriato colpisce con ciò che trova e fugge portandosi via il bottino o lasciando l'arma sul posto», replicò Guglielmi, scuotendo lievemente il capo. «Questa statuetta non è stata usata per colpire. Non presenta tracce di sangue sul marmo, non ha scheggiature sui bordi del basamento. È stata appoggiata lì con estrema cura, forse addirittura dopo che la vittima era già a terra. Guardi la base: è perfettamente parallela alla scanalatura del banco.»
Il dottor Morandi, medico legale di turno della Procura, si rialzò dal pavimento asciugandosi la fronte con il dorso del braccio coperto dal camice monouso. «Colpo secco, commissario. Singolo, sferrato dall'alto verso il basso con un corpo contundente pesante, a superficie ridotta e privo di spigoli vivi. Ha sfondato la teca cranica provocando un arresto respiratorio quasi immediato per emorragia interna. L'ora della morte si colloca orientativamente tra le ventuno e le ventitré di ieri sera. L'apparato digerente conserva tracce di un pasto leggero consumato poco prima.»
«È compatibile con uno degli strumenti da restauro presenti nella stanza?», domandò Guglielmi, indicando la rastrelliera di scalpelli, mazzuoli di legno e spatole metalliche allineata sopra la morsa del banco.
«Teoricamente sì, ma nessuno di quelli appesi alla parete presenta tracce macroscopiche di tessuto biologico o lavaggi recenti», spiegò Morandi con prudenza professionale. «L'assassino ha portato via l'attrezzo con sé, oppure lo ha scelto con cura e poi occultato altrove. La Scientifica sta passando tutto al luminol, ma finora abbiamo solo impronte latenti sovrapposte, tipiche di un luogo di lavoro frequentato da anni.»
Guglielmi si riavvicinò alla statuetta di Venere. Con una piccola torcia a luce radente, iniziò a scandagliare la grana del marmo. La figura presentava una leggera torsione del busto, il braccio sinistro sollevato a schermare il seno e i capelli raccolti in nodi morbidi sulla nuca, secondo i canoni tipici delle repliche ellenistiche romane. Eppure, osservando la giunzione tra la figura e la base ottagonale, notò una sottilissima linea rossastra, quasi invisibile a occhio nudo: una traccia infinitesimale di cera d'api frammista a un pigmento minerale, rimasta incastrata nella scanalatura inferiore.
«Ispettrice Corsi, prenda nota di questo dettaglio», disse Guglielmi, indicando il punto esatto con il fascio luminoso. «C'era un garzone o un assistente che lavorava qui abitualmente?»
«Sì, un ragazzo del quartiere, Leo Costa», rispose pronta Teresa. «Ha ventiquattro anni, orfano, preso a bottega da De Dominicis tre anni fa dopo un corso all'Istituto Centrale per il Restauro. La portinaia del civico accanto dice di averlo visto uscire dal vicolo ieri sera intorno alle ventuno e mezza, visibilmente agitato. Gli agenti sono andati a cercarlo nella sua mansarda in via della Scala, ma non hanno ancora trovato nessuno.»
«Non saltiamo a conclusioni comode», raccomandò il commissario, raddrizzando la schiena e slacciando il colletto della camicia. «La fretta di trovare un colpevole vicino alla scena è il modo migliore per ignorare la regia di chi ha preparato questo delitto. Chi aveva accesso alle chiavi della porta d'ingresso?»
La porta d'ingresso in legno massiccio, esaminata dai tecnici dei rilievi, non mostrava il minimo graffio sul cilindro europeo della serratura. De Dominicis aveva aperto spontaneamente al suo assassino, oppure quest'ultimo possedeva un duplicato perfettamente funzionante. Guglielmi si diresse verso il retrobottega, una stanza più piccola adibita ad archivio e contabilità, dove faldoni polverosi si alternavano a cataloghi di case d'aste internazionali. La scrivania in noce appariva sgombra, tranne che per un registro delle entrate chiuso con un elastico nero e un blocco per appunti su cui spiccava un foglio strappato alla radice.
«Ispettrice, voglio che sia redatto un inventario completo di ogni opera presente nel laboratorio entro oggi pomeriggio», ordinò Guglielmi, passando un dito guantato sul piano della scrivania. «Dobbiamo confrontare quanto si trova fisicamente in questa stanza con i registri di carico e scarico della Soprintendenza. E soprattutto, voglio sapere da dove proviene quella Venere. Non sembra un pezzo comune da mercatino domenicale.»
«Il professor De Dominicis lavorava spesso per grandi collezionisti privati», osservò Teresa, sfogliando rapidamente il registro contabile. «Tra i suoi committenti più assidui figura la Fondazione Maffei. Il dottor Valerio Maffei è un nome pesante a Roma: gallerista, membro del consiglio direttivo di varie istituzioni museali, proprietario di metà dei palazzi storici tra via Giulia e piazza Farnese. Se c'è di mezzo un'opera di quel livello, la notizia dell'omicidio arriverà sui tavoli della Procura prima dell'ora di pranzo.»
«La legge non fa distinzioni tra i palazzi di via Giulia e i bassi di Trastevere», tagliò corto Guglielmi con fermezza pacata. «Maffei sarà ascoltato come chiunque altro se ha avuto contatti recenti con la vittima. Nel frattempo, rintracciate Leo Costa. Voglio che sia condotto in commissariato senza manette, senza clamore e senza rilasciare dichiarazioni alla stampa. Se ha visto qualcosa, deve parlare prima che qualcun altro decida di fargli cambiare idea.»
Mentre uscivano dalla bottega, Guglielmi si voltò un'ultima volta verso il tavolo da lavoro. Al centro della stanza, la piccola Venere di marmo continuava a brillare impassibile sotto i riflettori, custode muta di una violenza che non aveva lasciato gridi né disordine, ma solo il freddo geometrico di un calcolo perfetto.
Vivinotes: Il commissario Guglielmi assume la direzione delle indagini sull'omicidio dell'antiquario De Dominicis, isolando la statuetta di marmo come unico indizio anomalo sulla scena del crimine. L'attenzione si sposta sul giovane assistente Leo Costa e sui potenti committenti della vittima.
Il silenzio della pietra
La stanza degli interrogatori al primo piano del commissariato di piazza San Callisto conservava l'odore aspro di caffè bruciato e carta vecchia tipico degli uffici giudiziari. Dalla finestra a bocca di lupo filtravano i rintocchi lenti delle campane di Santa Maria in Trastevere, mentre Leo Costa sedeva con le spalle curve sulla sedia di fòrmica, l…
Want to read the rest?
Get the full book here:

