L'OMBRA DEL GIGLIO SPEZZATO

L'OMBRA DEL GIGLIO SPEZZATO

Tra i vicoli oscuri di Firenze, un giglio reciso segna il confine tra potere e follia

by GIACOMO BIANCHI

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Firenze, 1455. Dietro lo splendore delle botteghe rinascimentali e la magnificenza dei palazzi signorili, un'ombra insaziabile striscia tra i vicoli umidi della plebe. Giovani popolane vengono ritrovate barbaramente massacrate, con un macabro sigillo inciso sulla pelle: un giglio spezzato. Bernardo Lombardi, veterano della guardia cittadina provato dal lutto e disilluso dagli intrighi di corte, riceve dai Priori un ordine perentorio quanto segreto: stanare il mostro prima che il panico scateni una sanguinosa rivolta popolare o che l'Inquisizione approfitti del caos per accendere i propri roghi. Al suo fianco si affianca Margherita Serra, un'intrepida erborista assetata di giustizia per la perdita della sua più cara compagna. Le loro indagini rivelano presto una verità agghiacciante: le mutilazioni tradiscono nozioni anatomiche troppo raffinate per un semplice assassino da strada, e il veleno usato appartiene alle corti patrizie. Dalle cripte dimenticate ai saloni dorati dei potenti, Bernardo e Margherita dovranno svelare una congiura fanatica disposta a sacrificare anime innocenti nel nome della purezza.

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Il giglio mozzato

La nebbia saliva dall'Arno densa come vapore di calce, appiccicandosi alle pietre dei tiratoi di San Frediano. L'odore del fiume in secca si mescolava al fiele dei macelli e al tanfo stantio delle gore di concia. Bernardo Lombardi spinse da parte una canna palustre spezzata con la punta dello stivale, sentendo il fango freddo cedere sotto il proprio peso. Attorno a lui, quattro fanti della guardia cittadina reggevano torce di pece che crepitavano nell'umidità dell'alba, proiettando bagliori rossastri sulle assi dei telai vuoti.

Il corpo giaceva supino su un letto di ghiaia grigia. Era una ragazza giovane, una tessitrice che Bernardo riconobbe per via delle dita callose, piene di piccoli tagli cicatrizzati tipici di chi maneggiava spolette e pettini di legno duro. Si chiamava Bianca, figlia di un cardatore del rione. Adesso era solo un involucro cereo, disteso con una simmetria che nulla aveva a che fare con l'abbandono di una morte accidentale.

Bernardo si inginocchiò nel fango. Ignorò l'umidità che gli trapassava la braca e scostò la tela ruvida che un milite aveva gettato sul tronco della morta. La gola era stata aperta da un orecchio all'altro. Non c'erano le slabbrature tipiche di una colluttazione da taverna, né i segni convulsi di un coltellaccio da pane tirato alla cieca. Il ferro aveva reciso la cute, le vene giugulari e la trachea con un unico tratto fermo, lasciando i margini della carne lisci, quasi levigati. Il sangue era colato verso il basso, ma il collo e la mandibola apparivano lavati con cura minuziosa, privi delle consuete croste scure che imbrattavano le vittime degli agguati di strada.

Sul torace nudo, tra le clavicole e lo sterno, la pelle era stata intagliata a fondo. I solchi tracciavano la sagoma inequivocabile di un giglio dal gambo spezzato in due. I lembi dell'epidermide erano sollevati con precisione millimetrica, esponendo il grasso sottocutaneo giallastro che contrastava con il grigio dell'alba. Le labbra serrate della ragazza sporgevano in una smorfia innaturale. Bernardo premette i pollici sui muscoli della mascella irrigidita dal rigore mortis. Con un piccolo scatto sordo, i denti si dischiusero, liberando un miasma dolciastro che superò il puzzo della melma.

Incastrato nel cavo orale, premuto contro il palato molle, c'era un bocciolo di giglio bianco. I petali carnosi apparivano impregnati di un liquido verdastro, viscido al tatto, che emanava un sentore amaro simile alla mandorla guasta mescolata a fiele bovino puro. Bernardo estrasse il fiore con due dita, senza romperlo, avvertendo sulle falangi un formicolio freddo, segno inequivocabile di una tintura velenosa.

"Niente anelli, niente borsa," mormorò uno dei militi, scuotendo la testa. "Ma non è stata toccata nelle parti basse. Chi l'ha scannata non cercava monete, né carne da sfogare."

"Ha lavato via il fango dai capelli," rispose Bernardo a bassa voce, osservando la compostezza della chioma castana, pettinata verso l'alto come per liberare il collo all'azione della lama. "L'ha portata qui già morta. O l'ha sgozzata mentre guardava l'acqua, senza che lei potesse nemmeno gridare."

Un trambusto ruppe il silenzio della sponda. Grida roche e il tonfo di corpi corazzati che urtavano contro le palizzate di legno dei tiratoi annunciarono una colluttazione. Bernardo si alzò in piedi, portando istintivamente la mano destra all'elsa della daga corta che portava alla cintura.

"Lasciatemi passare, maledetti servi di palazzo!" urlò una voce femminile, acuta e rabbiosa. "Giù le zampe dalla lana del mio grembiule!"

Una ragazza dalla corporatura svelta emerse tra le nebbie, strattonata da due guardie che cercavano di torcerle i polsi dietro la schiena. Aveva una cuffia di lino scuro mezza strappata che lasciava sfuggire ciocche ribelli color rame. Nella mano destra stringeva ancora un coltello da conciatore a mezza luna, corto e affilato come un rasoio, la cui lama oscillava a pochi pollici dalla gola di un fante.

"Fermatevi," ordinò Bernardo, avanzando con passo pesante verso il parapetto di legno. "Mollatela."

"Capitano, questa vipera voleva sbudellarmi!" protestò la guardia, trattenendola comunque per la spalla ruvida del corsetto. "Gridava come una posseduta, diceva che volevamo nascondere il corpo."

"Ho detto di lasciarla andare." La voce di Bernardo non si alzò di tono, ma il timbro secco fece arretrare il soldato. Il protagonista fissò la popolana negli occhi. Grandi occhi verdi, accesi da un furore che a malapena mascherava il terrore. "Chi sei tu per minacciare le milizie della Signoria?"

"Sono Margherita Serra," rispose lei, raddrizzando la schiena e rinfoderando il coltello tra le pieghe della canapa con un gesto rapido, studiato. "E quella laggiù è Bianca. Dormivamo nello stesso stanzone a tirare il filo fino a mezzanotte. Voi siete arrivati qui con i teli e le torce per caricarla su un carretto e buttarla in una fossa comune prima che il quartiere si svegli. Direte che è stato un ubriaco, o una zuffa tra tintori. Come avete fatto il mese scorso con la serva dei Bardi."

"Tieni a freno la lingua," sibilò il milite anziano, stringendo l'asta della picca. "I Priori non prendono lezioni dalle sguattere dei lanifici."

"La mia lingua dice quello che voi sotterrate," ribatté Margherita, senza arretrare di un pollice. Guardò oltre le spalle di Bernardo, posando lo sguardo sul petto martoriato della compagna. La ragazza deglutì a vuoto, ma la sua mascella rimase rigida. "Quel fiore che le avete tolto dalla gola... non l'ha raccolto nei campi. Quella roba viene da una bottega di lusso. Puzza di cicuta e resina di noce vomica. Roba che costa tre fiorini l'oncia, non la robaccia che vendono al banco di piazza dell'Olio."

Bernardo la squadrò con attenzione. Nessuna tessitrice comune riconosceva il distillato di noce vomica a venti passi di distanza, nel mezzo della bruma fluviale. Fece un cenno ai fanti di arretrare lungo l'argine. "Come fai a sapere cosa c'era su quel bocciolo?"

Margherita infilò la mano nella tasca profonda del suo grembiule e ne trasse un ritaglio di panno di lana grezza, tinto di una cupa tonalità cerulea. "Perché due notti fa Bianca è tornata allo stanzone stringendo questo cencio. Disse che un gentiluomo con la cappa scura l'aveva fermata vicino a Piazza del Carmine, promettendole una paga quadrupla per filare della seta in un laboratorio privato. Quel panno profumava della stessa acqua velenosa. L'ho annusato io stessa mentre le medicavo le dita."

Bernardo prese il pezzo di stoffa tra le dita callose. La trama era finissima, identica a un minuscolo orlo sfilacciato che era rimasto impigliato tra le unghie spezzate del cadavere, repertato pochi minuti prima. La ragazza non stava inventando frottole per compiacere i curiosi. Conosceva i movimenti dell'ombra che si aggirava nei vicoli prima ancora che i magistrati ne ammettessero l'esistenza.

Il rumore sordo e cadenzato di ferri da cavallo sul lastricato interruppe l'indagine. Dalla salita di San Frediano giunse una staffetta a cavallo con la livrea rossa e bianca del Bargello. Il cavaliere frenò il destriero a pochi metri dalla riva, scagliando zolle di melma contro le staccionate. Senza smontare di sella, tese una pergamena chiusa dal sigillo di ceralacca del Capitano del Popolo.

"Messere Lombardi!" gridò la staffetta, ansimando nella foschia. "I Priori esigono la vostra presenza immediata. Le campane della Signoria hanno suonato la prima adunanza straordinaria. C'è un dispaccio riservato per voi."

Bernardo spezzò la ceralacca con il pollice. Il messaggio, scritto con inchiostro denso e caratteri corsivi cifrati secondo il codice della cancelleria segreta, recava poche righe perentorie: La carogna sia rimossa senza clamore e sepolta entro la terza ora. Nessuna notizia deve veder luce fuori dalle mura del Bargello. Trovate la mano che brandisce il ferro entro la luna nuova. Se la plebe insorge o l'Inquisitore mette le mani sulla confraternita prima di noi, la città sarà affidata al tribunale ecclesiastico, e la vostra testa cadrà sul ceppo insieme a quella dei ribelli.

Bernardo stracciò il lembo inferiore del foglio e lo gettò nell'Arno, dove la corrente limacciosa lo inghiottì all'istante. Si voltò verso i suoi militi. "Caricate il corpo sul barroccio coperto. Portatelo nelle celle sotterranee della fortezza, non al cimitero di Santa Maria. Nessuno deve toccarla finché non avrò parlato con lo speziale."

Poi, incrociò di nuovo lo sguardo fiero e febbrile di Margherita Serra. La ragazza non aveva fatto un passo indietro, stringendo ancora i pugni nei fianchi magri, pronta a lottare per non veder svanire la memoria della compagna nel silenzio dei palazzi.

"Tu vieni con me al Carmine," le disse Bernardo, allacciandosi il mantello di cuoio sul petto. "Se vuoi che l'assassino di Bianca paghi il suo debito, devi mostrarmi dove l'ha incontrato prima che i frati del Sant'Uffizio sentano l'odore del sangue."

Margherita annuì in silenzio, asciugandosi una goccia di fango dalla guancia con il dorso della mano. Insieme, risalirono la china melmosa mentre le ombre di Firenze si allungavano sulle acque scure del fiume.

L'arte dei cerusici

L'umidità delle cripte di Santa Maria Nuova trasudava dalle volte a botte, portando con sé l'odore pesante dell'aceto forte mescolato al grasso umano putrefatto. Sotto il livello della corsia dei malati, la sala anatomica appariva come una fossa rettangolare rischiarata da quattro torce a sego fissate ai cardini di ferro. Al centro, sopra un blocco

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