MORTE SPORCA

MORTE SPORCA

Le indagini del Commissario Guglielmi

by GIACOMO BIANCHI

16 chaptersit

Un volo dal quarto piano spezza la notte romana in Vicolo del Cedro. Per la Questura e i giornali non ci sono dubbi: Clara Sampietro, brillante giornalista giudiziaria, si è tolta la vita. Ma per il commissario Francesco Guglielmi e l'ispettrice Teresa Corsi, i conti non tornano affatto. Un trauma cranico anomalo e invisibili tracce di trascinamento raccontano un'altra storia, brutale e premeditata. Clara era a un passo dal pubblicare un'inchiesta esplosiva sulla speculazione miliardaria del cantiere di Sant'Agata, un groviglio di tangenti, fondi neri esteri e favori politici. Più i due investigatori scavano a fondo, più il cerchio si stringe attorno a figure insospettabili, tra cui potenti assessori e lo stesso caporedattore della vittima. Tra perizie forensi serrate, fughe disperate e sparatorie all'ombra di antichi archivi, Guglielmi e Corsi dovranno sfidare i vertici del potere per inchiodare un assassino disposto a bruciare mezza città pur di cancellare i propri peccati. Giacomo Bianchi firma un poliziesco teso e implacabile, dove la giustizia ha il sapore amaro dell'asfalto bagnato.

  • Mystery
  • Crime Fiction
  • Thriller
  • Police Procedural
  • Murder Mystery
  • White Collar Crime

Il selciato di Vicolo del Cedro

L'alba su Trastevere non portava mai una luce netta, ma un chiarore umido che colava lungo l'intonaco scrostato dei palazzi e si fermava sui sanpietrini lucidi di pioggia notturna. Il commissario Francesco Guglielmi scese dall'auto di servizio all'angolo con via della Scala, lasciando lo sportello socchiuso per non fare rumore contro le persiane ancora serrate. C'era un silenzio compatto, rotto soltanto dal ronzio lontano di un camion della nettezza urbana e dal borbottio della volante ferma di traverso per sbarrare l'accesso a Vicolo del Cedro. I lampeggianti blu dipingevano strisce intermittenti sui muri color ocra, rendendo spettrale il piccolo assembramento di divise e curiosi mattinieri trattenuti dal nastro bicolore. Guglielmi si strinse nel bavero del cappotto grigio, sentendo l'aria fredda di novembre pizzicargli la gola, e cercò nella tasca interna il pacchetto di Toscanelli prima di ricordarsi che aveva promesso a se stesso di rimandarne l'accensione. L'ispettrice Teresa Corsi lo attendeva a ridosso del cordone di sicurezza, con la cartellina rigida sotto il braccio e i capelli scuri raccolti in una coda severa che non lasciava spazio a concessioni.

«È caduta dal quarto piano, commissario» disse Teresa senza preamboli, voltandosi appena per indicare con la penna la facciata del civico nove. «L'allarme è arrivato alle quattro e venti da un fornaio che apriva il laboratorio qui di fronte. Nessun testimone oculare del volo, soltanto il tonfo sordo contro il basolato.» Guglielmi annuì lentamente, osservando l'edificio stretto e alto, tipico della Roma medievale rimaneggiata nell'Ottocento, con i balconcini in ferro battuto che sporgevano come mensole arrugginite sopra la gola del vicolo. L'ultimo piano mostrava una porta finestra aperta, con le tende di lino bianco che ondeggiavano pigramente nel vento freddo che scendeva dal Gianicolo. Tutto appariva immobile, quasi composto, tranne quel lembo di tessuto chiaro che sventolava nel vuoto come una bandiera di resa.

I due poliziotti si avvicinarono al punto in cui la scientifica aveva già posizionato i primi fari alogeni e i cartellini numerati. Il corpo giaceva supino a meno di un metro dal muro perimetrale, in una postura innaturale che tradiva l'impatto devastante con la pietra lavica. Clara Sampietro indossava un pigiama di seta blu scuro, privo di strappi evidenti, e una vestaglia di lana grigia parzialmente aperta sui fianchi. I lunghi capelli castani le coprivano metà del volto, ma il profilo affilato e l'arcata sopraccigliare decisa erano inconfondibili per chiunque avesse mai sfogliato le pagine di cronaca giudiziaria della capitale. Guglielmi si chinò a debita distanza, appoggiando le mani sulle ginocchia per non alterare il terreno cosparso di frammenti di calcinaccio.

«Il medico del centodiciotto ha dichiarato il decesso immediato per politrauma da precipitazione» continuò Teresa, consultando gli appunti presi a matita. «La prima ipotesi del turno di notte della volante è defenestrazione volontaria. La porta dell'appartamento era chiusa con la mandata semplice, nessun segno di scasso evidente sul portoncino blindato, nessun vicino che abbia udito urla o rumori di lotta prima delle quattro.» Guglielmi rimase in silenzio, osservando con attenzione chirurgica i piedi della donna. Il piede sinistro era nudo, con lo smalto bordeaux intatto sulle unghie corte, mentre il destro calzava una morbida pantofola di feltro grigio con la suola in gomma sottile.

«Guardi qui, Teresa» mormorò il commissario, indicando la scarpa rimasta al piede. «Se una persona si lancia nel vuoto da un'altezza di oltre quindici metri, la reazione istintiva dell'arco plantare e la violenza dello stacco producono quasi sempre la perdita di entrambe le calzature non allacciate al momento del salto, oppure le proiettano a distanza dal punto di caduta. Qui la pantofola destra è perfettamente calzata, e la sinistra dov'è?» Teresa si guardò attorno, puntando la torcia verso il perimetro delimitato. «I ragazzi della scientifica non l'hanno trovata nel raggio di dieci metri dal corpo. È probabile che sia rimasta sopra, nell'appartamento, o impigliata su uno dei terrazzini sottostanti.»

«Oppure non è mai scesa con lei» replicò Guglielmi, raddrizzando la schiena con un lieve scricchiolio delle vertebre. «E c'è un altro dettaglio che non torna. La distanza del corpo dalla parete è inferiore a ottanta centimetri. Chi decide di buttarsi da un balcone dotato di ringhiera alta deve scavalcare, prendere un minimo di slancio in avanti o sporgersi imprimendo una forza vettoriale che allontana il punto d'impatto dalla verticale dell'edificio. Una caduta così radente alla facciata è compatibile con un corpo che scivola passivamente oltre la soglia, privo di spinta cinetica propria.» Teresa annotò la considerazione senza battere ciglio, conscia che la meticolosità del suo superiore non era mai un esercizio accademico, ma il frutto di vent'anni passati a decifrare le menzogne della carne e della pietra.

Mentre parlavano, il rullare di passi concitati attirò la loro attenzione verso il cordone esterno. Un uomo sulla cinquantina, con un soprabito cammello di sartoria e i capelli brizzolati pettinati all'indietro con cura eccessiva per quell'ora antelucana, stava discutendo animatamente con l'agente di guardia. «Sono Lorenzo Varisco, caporedattore de Il Faro Romano» gridava l'uomo, sventolando un tesserino dell'ordine dei giornalisti. «Clara era la mia prima firma per la giudiziaria. Devo sapere cosa è successo, ho una prima edizione straordinaria da mandare in rotativa prima delle sette!» Guglielmi scambiò uno sguardo d'intesa con l'ispettrice, notando come la notizia fosse trapelata con una rapidità che andava ben oltre i normali canali dei cronisti di turno alla sala stampa della Questura.

«Vada lei a sentirlo, Teresa» disse a bassa voce Francesco. «Ascolti cosa dice, ma soprattutto cosa dà già per scontato. Non rilasci dettagli sui nostri dubbi tecnici. Per il momento, lasciamo che creda a ciò che è più comodo credere.» L'ispettrice si allontanò con passo svelto, mentre Guglielmi si avvicinò al capo della scientifica, l'ispettore De Santis, che stava scattando i rilievi metrici attorno alla sagoma. «De Santis, prima di rimuovere la salma voglio un esame dettagliato dei polsi, del collo e delle estremità delle dita. E assicuratevi che i calchi delle suole dei residenti vengano presi subito sulla scala interna. Nessuno deve entrare in quell'alloggio finché non salgo io.»

L'ispezione della tromba delle scale del civico nove confermò la natura claustrofobica del fabbricato: gradini ripidi in travertino consunto dal tempo, pareti tinteggiate di un verde spento che odoravano di muffa e cera per pavimenti, e una vecchia rampa in ferro battuto che vibrava a ogni passo. Salendo verso il quarto piano, Guglielmi contò settantadue gradini. All'altezza del terzo pianerottolo si fermò ad ascoltare. Dal basso giungeva il brusio delle comunicazioni radio e la voce impostata di Varisco che parlava al telefono, presumibilmente con la redazione centrale o con qualche contatto in prefettura. Giunto davanti alla porta di Clara Sampietro, contrassegnata da una minuscola targhetta in ottone brunito, Guglielmi indossò i calzari in lattice e i guanti sterili. La serratura a cilindro europeo non mostrava abrasioni esterne, né segni di grimaldello o forzature sul telaio di legno massiccio.

L'interno dell'appartamento era immerso in una penombra tiepida, rischiarata solo dai lampioni stradali che filtravano attraverso le ampie vetrate del soggiorno. L'ambiente era ordinato con un rigore quasi geometrico: pareti occupate interamente da scaffalature in rovere cariche di faldoni giudiziari, volumi di diritto e saggi di sociologia criminale. Sulla grande scrivania in noce al centro della stanza riposava un computer portatile chiuso, una tazza di ceramica contenente i resti di una tisana ormai fredda e una lampada da lettura spenta. Accanto alla tastiera, tuttavia, mancava qualcosa che chiunque conoscesse il metodo di lavoro della Sampietro avrebbe considerato indispensabile: il celebre taccuino rilegato in cuoio rosso da cui la cronista non si separava mai durante le sue inchieste.

Guglielmi avanzò con cautela lungo il corridoio che conduceva alla camera da letto padronale. La stanza affacciava sul balconcino a sbalzo da cui la donna era precipitata. Le ante della porta finestra erano spalancate verso l'esterno; una folata d'aria gelida faceva tremare i fogli sparsi su un comodino. Sul pavimento in parquet chiaro, a ridosso del battiscopa sinistro della finestra, giaceva la seconda pantofola di feltro. Era posizionata con la punta rivolta verso l'interno della camera, come se chi l'aveva scalzata stesse arretrando, non avanzando verso il vuoto. Guglielmi si inginocchiò per osservare la soglia in marmo bianco che delimitava l'uscita sul balcone.

Con la torcia radente, il commissario individuò una sottile striatura trasversale sulla polvere depositata sull'angolo inferiore dello stipite: non la classica traccia di una suola che prende appoggio per issarsi oltre il parapetto, ma una strisciata orizzontale, compatibile con il trascinamento di un corpo inerte o reso incapace di opporre resistenza. Accanto a quel segno, quasi invisibile a occhio nudo, spiccava un frammento minuscolo di gomma sintetica nera, dal profilo zigrinato, completamente diverso dalla mescola liscia delle pantofole della giornalista.

Teresa Corsi raggiunse il commissario nella stanza da letto, muovendosi con la consueta circospezione per non inquinare la scena. «Varisco sostiene che Clara fosse depressa da settimane» riferì l'ispettrice a mezza voce, chiudendo la porta alle proprie spalle per tagliare fuori le correnti d'aria. «Dice che l'ultima inchiesta sui fondi per la riqualificazione urbana l'aveva esaurita e che temeva querele milionarie. Ha cercato di convincermi che lasciare il tesserino e il telefono fosse un messaggio d'addio inequivocabile.» Guglielmi si rialzò, togliendosi i guanti con un gesto secco e controllato. «Varisco mente, oppure sta ripetendo un copione preparato prima ancora che il cadavere toccasse terra. Clara Sampietro non soffriva di esaurimenti nervosi; la settimana scorsa ha depositato una memoria integrativa alla Procura su un giro di appalti truccati a Campo de' Fiori. Chi vuole farla finita non chiede proroghe per raccogliere riscontri probatori.»

Il commissario indicò la soglia in marmo e la posizione anomala della calzatura sul parquet. «Guardi la direzione di questa suola, Teresa. E guardi quel frammento di gomma sullo stipite. Qualcuno è entrato qui con lei, o l'ha sorpresa mentre si preparava per la notte. C'è stato un contatto fisico, breve ma sufficiente a lasciarla senza una scarpa prima ancora di raggiungere il balcone. Se fosse saltata di sua volontà, non avrebbe lasciato tracce di sfregamento passivo sul marmo inferiore.» Teresa si chinò ad esaminare il rilievo, i suoi occhi scuri brillarono della consueta intensità investigativa. «Questo cambia radicalmente la natura dell'intervento. Dobbiamo sigillare l'intera palazzina e acquisire le registrazioni di tutte le telecamere tra piazza San Callisto e via Garibaldi.»

In quel momento, il telefono di servizio di Guglielmi prese a vibrare con insistenza. Sul display comparve il numero del Questore vicario, il dottor Barzini. Guglielmi rispose mantenendo la voce ferma e priva di inflessioni emotive. «Pronto, dottore. Sì, sono sul posto con la Corsi... I rilievi sono appena iniziati... No, non posso confermare la tesi del suicidio. Ci sono elementi materiali che impongono l'apertura di un fascicolo per omicidio contro ignoti.» Dall'altro capo della linea ci fu una pausa pesante, carica di un disappunto che non necessitava di parole esplicite per essere compreso, seguita da una raccomandazione perentoria a non sollevare polveroni mediatici prima dell'esito dell'autopsia.

Guglielmi chiuse la comunicazione senza attendere ulteriori commenti e ripose il cellulare nella tasca. «Il magistrato di turno è il dottor Rinaldi. Lo contatti immediatamente e chieda la presenza del medico legale di ruolo per un'ispezione cadaverica supplementare sul posto prima del trasporto all'obitorio. Clara Sampietro non si è buttata, Teresa. Qualcuno l'ha sollevata sopra quella ringhiera e l'ha lasciata cadere per far credere che la sua voce si fosse spenta da sola. Noi abbiamo il dovere di dimostrare come sono andate le cose, pezzo per pezzo, senza concedere un solo millimetro a chi vorrebbe liquidare questa morte come una resa.» Teresa annuì con decisione, impugnando la radio portatile per trasmettere i nuovi ordini operativi.

Vivinotes: I primi rilievi sulla scena del crimine rivelano anomalie fisiche incompatibili con il suicidio, tra cui una calzatura mancante e tracce di trascinamento. Guglielmi resiste alle pressioni del caporedattore e dei superiori per avviare formalmente l'indagine per omicidio.

La casa sopra i tetti

La luce del giorno aveva ormai invaso l'appartamento di Vicolo del Cedro, rivelando dettagli che il buio dell'alba aveva tenuto celati. La squadra della scientifica si muoveva come un gruppo di chirurghi in camice bianco sopra i teli di plastica stesi per proteggere il parquet antico. Guglielmi osservava la stanza principale appoggiato alla libreri

Read Next Chapter Free

Drop your email — chapters unlock immediately, no spam.

Want to read the rest?

Get the full book here: