
Il tasto nero
La sinfonia della pulsazione
by H.C. Hank
Beatrice Sforza è una stimata docente di pianoforte al Conservatorio di Milano, algida, impeccabile, prigioniera di una vita che sua madre ha disegnato per lei. Ma dietro la facciata borghese, Beatrice nasconde una pulsione segreta che la consuma: il bisogno viscerale di punirsi, di cedere il controllo, di inginocchiarsi. Quando Christian Fumagalli, giovane tecnico informatico di periferia, scopre per caso i suoi video intimi, la vita di Beatrice precipita in un incubo di ricatti e sottomissione nei motel della Vigevanese. Poi arriva Amedeo Vitali, il potente Direttore del Conservatorio, che sottrae a Christian il controllo della donna per trascinarla nell'inferno dorato dei festini sadici tra i piani alti di CityLife. Lo scandalo esplode durante un concerto ufficiale, sul palco, davanti a tutta la Milano che conta. Licenziata, ripudiata dalla madre, costretta a rifugiarsi in un monolocale a Dergano, Beatrice tocca il fondo. Ed è lì, tra lezioni private a bambini svogliati e un laboratorio di liuteria pieno di polvere e colla, che incontra Gabriele Riva. Un uomo capace di offrirle un caffè senza chiederle nulla in cambio. « Il tasto nero » è la storia di una caduta e di una risalita, di un corpo che impara a perdonarsi e di un'anima che trova il coraggio di confessare le proprie ombre.
- Literary Fiction
- Erotica
- Character Study
- Relationship Drama
- BDSM
- Dark Erotica
La gabbia di marmo
La pioggia di novembre tamburellava contro i vetri dell'aula trentaquattro. Beatrice Sforza teneva le mani sospese sulla tastiera del pianoforte a coda, immobili, mentre lo studente di fronte a lei arrancava attraverso lo Studio op. 25 n. 11 di Chopin con la grazia di un cavallo sulle scale. La schiena non toccava mai lo schienale della sedia.
«Basta.»
La parola cadde nel silenzio dell'aula come un coperchio su una cassa vuota. Il ragazzo ritirò le mani dalla tastiera come se i tasti fossero diventati roventi. Aveva diciotto anni, un'acne ancora feroce sulle guance, e la guardava con quegli occhi umidi che Beatrice conosceva fin troppo bene. Li aveva visti su decine di volti negli ultimi quindici anni.
«Le terzine sono sporche. La mano sinistra arriva in ritardo di un quarto di battuta a ogni cambio di armonia. Hai studiato con il metronomo come ti avevo detto?»
Il ragazzo deglutì. «Ho provato, professoressa, ma ...»
«Non ti ho chiesto se hai provato. Ti ho chiesto se hai studiato con il metronomo.»
Il silenzio che seguì fu più eloquente di qualsiasi confessione. Beatrice chiuse lo spartito con un gesto secco e lo porse allo studente senza guardarlo. Le sue unghie, perfettamente squadrate e prive di smalto, brillarono per un istante sotto la luce al neon.
«Torna la settimana prossima con le prime dodici battute a tempo. Se non sono a tempo, non procediamo oltre. Puoi andare.»
Il ragazzo raccolse lo spartito e la cartella, inciampò nello sgabello, biascicò un saluto e scomparve oltre la porta lasciandosi dietro un odore di sudore giovane e di paura. Beatrice rimase seduta, le mani posate sulle cosce, lo sguardo fisso sulla tastiera muta. Il silenzio dell'aula le si richiuse addosso come un sudario. Era l'unico momento della giornata in cui poteva respirare davvero: quando restava sola.
Si alzò, sistemò lo sgabello alla distanza esatta dalla tastiera, allineò lo spartito aperto sul leggio e passò un dito sulla superficie lucida del pianoforte per controllare la polvere. Non ce n'era. Le donne delle pulizie conoscevano le sue abitudini e non osavano trascurarla. Beatrice Sforza non era una docente da prendere sottogamba: lo sapevano tutti, al Conservatorio. Figlia di Giulio Sforza, avvocato, e di Matilde Ricasoli, erede della famiglia proprietaria della fabbrica tessile. La cattedra non era solo meritata, ma attesa. Era un diritto di nascita esercitato con la disciplina di un monaco di clausura.
Uscì dall'aula e percorse il corridoio con il passo misurato di chi ha imparato a camminare con un libro in equilibrio sulla testa. I tacchi bassi delle sue scarpe di vernice nera scandivano un ritmo regolare sul pavimento di marmo. Incrociò due studentesse che chiacchieravano vicino alla macchinetta del caffè. Al suo passaggio, tacquero. Beatrice non le degnò di uno sguardo, ma registrò il silenzio improvviso come un cacciatore lo scatto di un ramoscello nel bosco.
Sofia Moneta era appoggiata allo stipite della propria aula, tre porte più in là. Indossava un tailleur rosso che strideva contro i toni smorzati del corridoio come una ferita fresca. Il caschetto biondo ossigenato le incorniciava il viso in linee geometriche, e il sorriso che rivolse a Beatrice era un capolavoro di cordialità velenosa.
«Beatrice, cara. Ho sentito il povero Martinelli scappare via. Non sarai stata troppo severa con lui? È solo un ragazzo.»
Beatrice si fermò e ruotò il capo quanto bastava per incontrare gli occhi mobilissimi di Sofia senza voltare il corpo. Era una tecnica che aveva affinato negli anni: concedere attenzione senza concedere presenza.
«È un allievo del terzo anno. Se non impara la disciplina adesso, non la imparerà più. E non diventerà mai un pianista.»
Sofia rise. Era una risata liquida, modulata, che sembrava sgorgare da una gola abituata a farsi sentire. «Oh, santa Beatrice, patrona delle note giuste. Non tutti devono diventare concertisti. Alcuni vogliono solo suonare per il piacere di farlo.»
«Il piacere non è sufficiente. Non lo è mai stato.»
Lo sguardo di Sofia scintillò. «Già. Tu di piacere non ne vuoi sapere, vero? Solo disciplina. Solo perfezione. Eppure, guarda un po', il tuo corso è pieno fino alla lista d'attesa mentre il mio si svuota. Sarà che gli studenti amano farsi frustare?»
La volgarità della metafora era intenzionale, e Beatrice lo sapeva. Sofia Moneta la punzecchiava da anni con allusioni sempre più esplicite, cercando una crepa nella sua facciata di ghiaccio. Non l'avrebbe mai trovata. Non in pubblico.
«Se il tuo corso si svuota, forse dovresti interrogarti sul tuo metodo. Non sul mio.»
Beatrice riprese a camminare prima che Sofia potesse replicare. Sentì lo sguardo della collega piantato nella sua schiena come un paio di forbici. Non si voltò né accelerò il passo. Raggiunse la scala che portava al piano terra e scese i gradini uno a uno, la mano sinistra appoggiata alla ringhiera di ferro battuto, la destra stretta intorno al manico della borsa di pelle nera.
Fuori, la nebbia di novembre aveva inghiottito Milano. Via Conservatorio era un budello grigio in cui i lampioni arancioni galleggiavano come meduse sospese. Beatrice aprì l'ombrello e si incamminò verso la fermata del tram. L'umidità le si infilava sotto il cappotto di cachemire, le mordeva le caviglie, le appannava gli occhiali. Li tolse e li pulì con un fazzolettino di carta tirato fuori dalla tasca. Il mondo divenne una macchia impressionista, e per un istante provò il sollievo di non vedere nulla con chiarezza.
Il tram arrivò con un cigolio metallico. Beatrice salì, obliterò il biglietto, si sedette in un posto vicino al finestrino. L'abitacolo odorava di bagnato e di lana umida. Pochi passeggeri: un uomo anziano con un bastone, una ragazza che fissava il telefono, una donna che stringeva una busta della spesa da cui spuntava un porro. Gente qualunque. Vite qualunque. Beatrice incrociò le caviglie e guardò fuori dal finestrino le strade che scorrevano nella nebbia.
La fermata di Corso Vercelli era a due passi dal portone di casa. Il palazzo era un edificio di cinque piani in stile neoclassico, con una facciata color ocra e balconcini in ferro battuto. Il portone di legno massiccio si apriva su un cortile interno lastricato di ciottoli, dove una fontana secca riposava sotto un telo di plastica. Beatrice salutò il portinaio con un cenno del capo e salì le scale. Non prendeva mai l'ascensore. L'ascensore era un lusso che non si concedeva.
L'appartamento era al terzo piano. La porta si aprì su un ingresso buio che odorava di cera per mobili e di fiori recisi ormai appassiti. Beatrice appese il cappotto all'attaccapanni, ripose l'ombrello nell'apposito portaombrelli di ceramica, si tolse le scarpe e infilò le pantofole di velluto che la attendevano allineate accanto alla porta. Ogni gesto era un rituale. Ogni gesto la riportava dentro la gabbia.
«Sei tornata.»
La voce di Matilde Ricasoli arrivò dal salotto prima ancora che Beatrice potesse vederla. Era una voce affilata, priva di calore, che non chiedeva ma constatava. Beatrice entrò nel salotto e trovò sua madre seduta sulla poltrona di velluto cremisi accanto alla finestra. La luce della lampada a stelo le scavava le guance, disegnando ombre profonde sotto gli zigomi. I capelli bianchi erano raccolti in una crocchia perfetta. Le mani, cariche di anelli antichi, erano posate sul bracciolo come due uccelli morti.
«Buonasera, mamma.»
«Sono le otto e un quarto. Avevi detto che saresti stata a casa per le sette.»
«L'ultimo allievo ha avuto bisogno di più tempo. Era impreparato.»
Matilde emise un suono che stava a metà tra un sospiro e un ringhio. «Sempre loro, gli allievi. Sempre qualcun altro. Ti consumi per gente che non ti sarà mai grata, Beatrice. E intanto tua madre cena da sola.»
Beatrice non rispose. Sapeva che qualsiasi parola avrebbe solo allungato l'interrogatorio. Si sedette sul divano di fronte alla madre, le gambe accostate, le mani in grembo. La postura perfetta. La maschera perfetta.
Matilde la scrutò. I suoi occhi, di un azzurro slavato che il tempo aveva reso quasi trasparente, percorsero il corpo della figlia dall'alto in basso come quelli di un ispettore che controlla una merce. «Sei pallida. Hai mangiato oggi?»
«Ho pranzato al Conservatorio.»
«Quella roba da mensa non è cibo. Dovresti portarti qualcosa da casa. E dovresti curarti di più. Guarda queste occhiaie.»
La mano di Matilde si sollevò e indicò il viso di Beatrice con un dito accusatore. Beatrice non si mosse. Non sbatté le palpebre.
«Ho dormito poco, tutto qui.»
«Dormire poco invecchia. E tu non sei più una ragazzina, Beatrice. Hai quarant'anni. A quarant'anni una donna deve prendersi cura di sé se vuole ancora sperare di trovare qualcuno. Non hai più tempo da perdere.»
Il colpo era assestato con precisione chirurgica. Era lo stesso discorso che Beatrice ascoltava da dieci anni, da quando aveva compiuto trent'anni e sua madre aveva cominciato a considerarla una zitella in via di deperimento. Ogni variante era peggiore della precedente. Ogni replica si faceva più tagliente.
«Al Conservatorio c'è qualcuno di nuovo? Qualche collega interessante?»
«No, mamma.»
«E quel direttore? Vitali. Un uomo distinto, vedovo, con una posizione. Lo vedi spesso?»
Un brivido freddo le corse lungo la schiena. «È il mio superiore. Ci vediamo alle riunioni di dipartimento.»
«Potresti essere più gentile con lui. Un uomo come quello non resta disponibile a lungo. Le donne se lo contenderanno.»
«Non sono interessata.»
Matilde scosse la testa con un'espressione di profonda delusione. «Non sei mai interessata a niente. Solo al tuo pianoforte. Solo alla tua musica. E intanto la vita ti passa accanto e tu non te ne accorgi nemmeno. Ti svegli una mattina e hai cinquant'anni, e allora sarà troppo tardi.»
Beatrice strinse le mani in grembo fino a sentire le unghie conficcarsi nei palmi. Il dolore era un punto fermo. Un'ancora. La aiutava a restare immobile mentre sua madre continuava a parlare, a rimproverare, a giudicare. Passarono altri dieci minuti. Forse quindici. Beatrice smise di ascoltare le parole: le rimase solo il ritmo della voce materna, un ronzio monotono che le riempiva la testa come ovatta.
«Sei stanca. Non mi stai nemmeno ascoltando.»
«Ti ascolto, mamma.»
«Menti malissimo, Beatrice. Lo sai che odio le bugie. Vai a dormire, va'. Ma domani voglio che pranzi con me. Preparo io.»
Beatrice annuì. Si alzò. Baciò la guancia della madre, un contatto secco e rapido che non lasciava traccia, e uscì dal salotto. Percorse il corridoio che portava alla sua camera, passò davanti alla porta chiusa dello studio di suo padre, e si fermò davanti al bagno. Entrò. Chiuse la porta a chiave.
Il clic della serratura fu il suono più dolce di tutta la giornata.
Il bagno era piccolo, rivestito di piastrelle bianche e nere in stile anni Venti. La luce del lampadario a tre bulbi era cruda, clinica. Beatrice si guardò allo specchio sopra il lavandino e vide quello che la madre aveva visto: il pallore, le occhiaie, i lineamenti affilati di una donna che stava scomparendo dentro se stessa. La crocchia perfetta le tirava la pelle delle tempie. Se la sciolse. I capelli castano scuro le caddero sulle spalle in onde rigide, segnate dalle forcine.
Si spogliò lentamente.
La giacca di lana grigia finì piegata sullo sgabello. La camicetta di seta bianca fu sbottonata con gesti lenti e precisi. La gonna nera scivolò lungo le gambe e si afflosciò sul pavimento come una promessa vuota. Rimase in piedi davanti allo specchio, il corpo magro e nervoso coperto solo dall'intimo di pizzo nero. Le costole erano visibili sotto la pelle chiara. Le clavicole sporgevano come manici di porcellana. I segni delle frustate che si era inflitta la settimana prima erano ancora lì, sulla parte esterna delle cosce: lividi giallastri che stavano svanendo, cicatrici pallide che non sarebbero svanite mai.
Prese il telefono dalla borsa. Lo appoggiò al portasapone di ceramica, inclinato in modo da inquadrare la scena. Aprì l'app della fotocamera. Premette il tasto di registrazione.
Poi prese la spazzola di legno dal ripiano del lavandino. Era una spazzola vecchia, con setole dure e un manico spesso, levigato dall'uso. La soppesò nella mano destra. Il primo colpo fu leggero, quasi timido: la superficie di legno colpì la coscia destra con un suono sordo. Beatrice trattenne il respiro.
Il secondo colpo fu più forte. Colpì la natica sinistra, e la pelle avvampò all'istante. Il dolore esplose come una fiammata calda, e per un istante Beatrice chiuse gli occhi. Quando li riaprì, erano lucidi.
Il terzo colpo la fece gemere. Il quarto le strappò un singhiozzo. Poi perse il conto. La spazzola si abbatteva sulle natiche, sulle cosce, sui fianchi, con una regolarità meccanica che scandiva il ritmo del suo respiro sempre più affannato. Ogni colpo cancellava una parola di sua madre. Ogni colpo era un'espiazione. Ogni colpo la liberava, per un istante, dal peso di essere Beatrice Sforza.
Si fermò solo quando le braccia le fecero male per lo sforzo. Il corpo era un mosaico di striature rosse e viola. Le lacrime le rigavano il viso in silenzio, senza singhiozzi, senza suoni. La fotocamera dello smartphone aveva registrato tutto.
Beatrice si guardò allo specchio. I suoi occhi azzurri, di solito freddi e distanti, erano colmi di un'emozione che non sapeva nominare. Non era tristezza. Non era sollievo. Era qualcosa che stava in mezzo, qualcosa che la teneva in equilibrio precario tra il desiderio di scomparire e la certezza di esistere.
Spense la registrazione. Salvò il file.
Entrò nella doccia e aprì l'acqua calda. Il getto le colpì la schiena e si sparse sui lividi freschi con un bruciore che la fece sussultare. Restò immobile sotto lo scroscio per lunghi minuti, guardando l'acqua scivolare via insieme al sapone, al sudore, alle lacrime. Si lavò con cura, insaponando ogni centimetro di pelle, risciacquando due volte, come se l'acqua potesse portare via qualcosa di più della sporcizia superficiale.
Uscì dalla doccia. Si asciugò con un asciugamano di spugna ruvida, evitando di premere troppo sulle zone dolenti. Infilò il pigiama di cotone azzurro, un indumento casto e anonimo che non rivelava nulla del corpo che conteneva. Raccolse i vestiti da terra, li piegò, li posò sullo sgabello. Rimise la spazzola al suo posto. Prese il telefono e lo portò con sé.
Spense la luce del bagno. Percorse il corridoio fino alla sua camera. La stanza era immersa nella penombra, rischiarata solo dalla luce arancione dei lampioni che filtrava attraverso le tende di pizzo. Il letto era perfettamente rifatto, le lenzuola tese senza una piega, il cuscino gonfio e immacolato.
Beatrice si infilò sotto le coperte. Rimase supina, gli occhi aperti, fissando il soffitto che non poteva vedere. Il corpo le pulsava. I lividi freschi le ricordavano, a ogni movimento, che era viva, che esisteva e che poteva ancora sentire qualcosa.
Chiuse gli occhi.
Domani sarebbe stata di nuovo la professoressa Sforza. Avrebbe insegnato, corretto, giudicato. Avrebbe camminato per i corridoi del Conservatorio con la schiena dritta e lo sguardo gelido. Avrebbe ignorato i sorrisi di Sofia Moneta e le occhiate del direttore Vitali. Sarebbe tornata a casa e avrebbe subito le critiche di sua madre. E poi, calata di nuovo la notte, sarebbe tornata in bagno e avrebbe ricominciato.
Era la sua vita. Era la sua gabbia. Ed era l'unica cosa che conosceva.
Il sonno la prese lentamente, come un veleno tiepido che le intorpidiva le membra una dopo l'altra. L'ultimo pensiero, prima di sprofondare nell'incoscienza, fu per il file video salvato nella memoria del telefono. Un segreto tra migliaia di altri segreti. Un frammento della sua anima imprigionato nel chip di silicio, in attesa di essere dimenticato.
O trovato.
L'innesco di periferia (La caduta)
La pioggia di novembre tamburellava contro i vetri dell'aula trentaquattro con un ritmo ossessivo, regolare come un metronomo impazzito. Christian Fumagalli era accovacciato sotto la cattedra, il cacciavite tra i denti, le mani sporche di polvere che armeggiavano con i cavi del nuovo impianto audio. Il tablet aziendale era appoggiato sul pavimento …

