
Sei camere
A porte socchiuse
by H.C. Hank
Nell'estate torrida del 1993 una frana isola il borgo di Monteleone d'Orvieto. Ventiquattro persone, dodici coppie di età e ceto diversi, restano chiuse nell'agriturismo Il Gelso: sei camere da letto comunicanti, due bagni in comune, un'afa che non dà tregua. Il custode Ugo Baldini sistema gli ospiti come pezzi di un gioco. Poi cade la corrente. Le porte restano socchiuse. In poche notti le convenzioni borghesi si sciolgono. Qualcuno guarda. Qualcuno si fa guardare. Qualcuno scende a valle, verso la Fiera del Solstizio, e torna con addosso l'odore di un altro. Martina cede nei boschi di leccio. Naomi inverte i ruoli. Il giudice Sergio scopre una sottomissione che credeva impossibile. I devoti Beppe e Annamaria vengono trascinati in un baccanale. Ugo, che ha spie dietro ogni stipite, fa pagare il silenzio. Quando l'ANAS riapre la provinciale, ognuno rimette la maschera e paga per andarsene. Ma nulla, a Il Gelso, torna com'era. Sei camere – A porte socchiuse è un romanzo erotico e letterario sul desiderio represso, sulla promiscuità forzata e sul prezzo delle apparenze. Un ritratto spietato di coppie che, per una settimana, smettono di fingere.
- Erotica
- Literary Fiction
- Contemporary Erotica
- Taboo
- Character Study
- Relationship Drama
Chapter 1
Il metallo delle carrozzerie scoppiettava sotto il cielo cieco di luglio. L’aria sopra la ghiaia del piazzale tremolava in onde dense e oleose, intrappolando l’odore acre della gomma bruciata, dell’erba medica cotta dal sole e dell’argilla polverosa che saliva dai calanchi circostanti. A Monteleone d’Orvieto il mezzogiorno non concedeva ombre: le mura di pietra arenaria del casale "Il Gelso" sembravano trasudare un calore accumulato da secoli, un alito secco che toglieva il fiato a chiunque scendesse dalle automobili.
La Mercedes 250D grigio piombo del professor Vittorio Aliprandi dominava la parte all’ombra del grande gelso secolare, la carrozzeria ancora lucida nonostante il velo di polvere bianca sollevato lungo la salita. Poco più indietro, parcheggiata di traverso con il motore che borbottava uno sferragliamento metallico prima di spegnersi con un sussulto, sostava la Fiat Uno rossa di Federico Riva, con una vistosa ammaccatura sul parafango posteriore e l’adesivo scolorito di una discoteca della riviera romagnola sul lunotto termico. Nel mezzo, tra le lamiere roventi di altre berline borghesi e utilitarie infangate, spiccavano la sagoma ribassata della vecchia Jaguar bordeaux di Marcus Evans e la furgonetta Volkswagen sbiadita dei due studenti toscani, coperta di fango secco fin sopra i passaruota.
I motori si erano spenti uno dopo l'altro. Rimaneva soltanto il frinire forsennato delle cicale, un ronzio metallico che sembrava vibrare direttamente dietro le tempie.
Vittorio scese per primo dalla Mercedes, lisciandosi la camicia di cotone azzurro chiaro, già appiccicata alle scapole dal sudore. Il primario di chirurgia d’urgenza si sfilò gli occhiali dalla montatura dorata, mostrando occhi grigi, cinici, cerchiati da una stanchezza cronica che le ferie non riuscivano a cancellare. Al suo fianco, la portiera del passeggero si aprì con uno scatto netto. Luigia Borghese scese lentamente sull’acciottolato con grazia studiata, incurante della polvere che andava a posarsi sui suoi sandali di cuoio intrecciato. I suoi capelli, di un bianco abbacinante tagliato geometrico sopra le spalle, riflettevano la luce cruda. Lo sguardo dell’analista misurò la facciata del casale e gli altri passeggeri con freddezza clinica, registrando la confusione generale con un leggero, impercettibile sollevamento del sopracciglio.
«Ti avevo detto che la provinciale era franata prima del bivio di Fabro,» mormorò Vittorio a denti stretti, senza guardarla, picchiettando le dita asciutte sul montante del finestrino. «Quella carogna del benzinaio a valle ci ha mandati su per questa trappola per capre.»
«La provinciale è venuta giù un’ora fa, Vittorio,» rispose Luigia, con voce bassa, modulata, priva di qualsiasi inflessione dialettale. «E tu hai preferito non aspettare la pattuglia della stradale. Ora siamo qui. Risparmiati la bile.»
Dall'altra parte del cortile, la portiera della Fiat Uno sbatté con un colpo secco. Federico scese allungando le gambe fasciate da bermuda di jeans tagliati a vivo sulle cosce dorate. La canottiera nera a costine, madida sul petto scolpito dagli allenamenti in piscina, lasciava scoperte spalle larghe e braccia possenti. Il bagnino si stirò con ostentazione quasi animale, emettendo un grugnito rauco prima di voltarsi verso il lato passeggero.
«Oh, Marti, muoviti a scendere,» disse con un tono sbrigativo, passandosi una mano tra i folti capelli biondi intrisi di sale e sudore. «Qua dentro si crepa. Sembra di stare in un forno a legna.»
Martina Rossetti spinse lo sportello a fatica. Si aggiustò con l’indice gli occhiali dalla montatura scura, che le scivolavano sul naso lucido. Indossava una gonna di lino bianca, stropicciata dal lungo tragitto, e una maglietta a righe sottili che metteva in risalto la linea delicata del collo e del seno minuto. Gli occhi azzurro-verdi, ingranditi dalle lenti, corsero oltre la figura imponente del fidanzato, posandosi con disagio e timidezza sul gruppo di adulti che invadeva il portico.
A pochi metri da loro Marcus Evans era già fuori dalla sua Saab. Alto, la pelle scura lucida d’un velo di sudore bronzeo, il musicista jazz indossava una camicia di lino color tabacco aperta sui primi tre bottoni, a mostrare una collana sottile d’argento e il torace brizzolato. Si sfilò gli occhiali a goccia con un gesto felpato. Al suo fianco, Naomi Diallo non si era nemmeno mossa per prendere la borsa: restava in piedi appoggiata alla fiancata della vettura, fiera e altera nella sua veste di cotone grezzo color mattone, gli zigomi alti scolpiti come ebano antico e i capelli cortissimi, nivei, che le conferivano l’autorità di una divinità pagana. I suoi occhi dorati si posarono su Federico con la lentezza distaccata di un predatore sazio, indugiando per qualche secondo sui muscoli tesi delle sue spalle prima di risalire verso la piazzetta d'ingresso.
Martina rimase a fissare le mani di Marcus: dita lunghissime, scure, ornate da due anelli d’argento lavorato al pollice e al mignolo, mani abituate a sfiorare i tasti del pianoforte o le curve del contrabbasso con una precisione millimetrica. Quando il musicista si accorse del suo sguardo fisso, le rivolse un sorriso sornione, scoprendo denti bianchissimi e lasciando vibrare una risata bassa nella gola che costrinse la studentessa a chinare gli occhi, con le guance infiammate.
Dalla dependance laterale, una costruzione bassa con il tetto di coppi sconnessi e un pergolato di vite inselvatichito, si udì uno scricchiolio secco di passi sulla ghiaia.
Un uomo avanzava lentamente, trascinando vecchi scarponi da lavoro sfondati sui talloni. Indossava una canottiera grigia a costine con ampie macchie scure di sudore sotto le ascelle e una vistosa traccia giallastra sul petto, mentre i pantaloni di velluto a coste, consunti e sbiaditi dal tempo, erano tenuti su alla vita da uno spezzone di fune di canapa ritorta. Aveva una barba incolta, bianca ma intrisa d’ombra e nicotina attorno alla bocca sdentata, e sopracciglia cespugliose sotto cui ardevano occhi castani, infossati, mobilissimi e viscidi come biglie di vetro.
Era Ugo Baldini.
Nella mano sinistra stringeva per il collo una fiaschetta da due litri, mezza vuota; dalla tasca destra dei pantaloni pendeva un anello di ferro pesante dal quale tintinnavano una ventina di chiavi d'ottone e ferro battuto, lunghe e scheggiate. Il suo odore lo precedette: una zaffata di trinciato forte, botte acida e sudore vecchio di settimane.
«È inutile che continuate a suonà i clacson o a scalpitare come puledri,» disse Ugo, sputando per terra un grumo scuro di saliva tra le radici del gelso. La voce era rauca, intrisa del dialetto umbro più chiuso e sordo, ma scandita con una calma beffarda. «La strada di sotto non c'è più. È venuto giù mezzo poggio di creta rossa all'altezza della curva del fosso. Duecento metri di terra bagnata dall'acquazzone di stamattina all'alba. Un muro alto così.»
Sollevò il braccio nodoso e scheletrico, indicando il colmo della stalla.
Sergio Valenti, sceso da una Lancia Thema blu scuro insieme alla moglie Elena Moretti, si fece avanti con passo marziale. L'austero magistrato della Procura di Bologna teneva la giacca di lino appesa all'indice sopra la spalla; la camicia bianca, stirata alla perfezione prima della partenza, mostrava due ampie mezzelune scure sotto le ascelle. I lineamenti rigidi e la mascella serrata tradivano l'abitudine al comando.
«Senta, buon uomo,» esordì Sergio con il tono perentorio delle aule di tribunale, «abbiamo visto il cartello provvisorio in fondo alla valle. Ma deve esserci un passaggio alternativo. Dov'è il telefono? Dobbiamo contattare i Carabinieri di Monteleone e l'ANAS. Ci sono persone che hanno scadenze improrogabili a Roma e Bologna.»
Ugo emise un suono a metà tra un rantolo e una risata cavernosa, fermandosi a un metro dal magistrato. I suoi occhi percorsero la figura rigida di Sergio, poi scivolarono senza vergogna sul corpo di Elena, che si teneva un passo indietro: la donna, cinquantasettenne dai modi riservati ed eleganti, stringeva al petto la borsa di cuoio, con il viso ombreggiato da una frangia castana che non nascondeva il turbamento per l'insolenza di quel vecchio contadino.
«Il telefono?» Ugo scosse la testa con finta compassione, mostrando i denti macchiati. «I pali del telefono di legno lungo la gola son venuti giù insieme al fango. La linea è morta prima di mezzogiorno. E se volete i Carabinieri, il maresciallo Mimmo sta su in paese, a Monteleone. Ma con la macchina lassù non ci salite: la vecchia mulattiera è buona pe' i piedi o pe' il trattore di Carmine. Da qui nun se move foglia per almeno una settimana, forse due, se la pala meccanica da Terni nun trova la strada libera pe' salì.»
Un mormorio di sconcerto e protesta si levò dal gruppo radunato sul piazzale.
Franco Rossi, l’ex operaio metalmeccanico, si fece largo a gomitate tra le valigie appoggiate a terra. Con la sua testa calva e lucida che arrossava a vista d'occhio sotto il sole e la pancia massiccia fasciata da una maglietta blu scuro, squadrò Ugo da pari a pari. Al suo fianco, la moglie Rita Benetti sventolava un fazzoletto di stoffa intriso d'acqua di colonia sul collo formoso, mostrando una scollatura generosa che la canottiera fiorata faticava a contenere.
«Ma che cazzo dici, vecchio?» sbottò Franco con il suo accento emiliano. «Due settimane bloccati in cima a 'sto sasso? Ma ci sarà una sistemazione decente, no? Chi aveva prenotato e chi è salito solo per il pranzo della fiera non può mica dormire per strada!»
«E difatti per strada nun dorme nessuno, capo,» replicò Ugo, assestando un colpo con il palmo della mano sulla coscia per far tintinnare il mazzo di chiavi. Il suo sguardo si posò sulle labbra carnose e tinte di rosso vivo di Rita, indugiando sul suo petto ansimante prima di voltarsi verso la scala esterna in pietra che conduceva al primo piano del casale. «L’agriturismo è aperto. C’è acqua fresca dal pozzo, c’è il vino buono nella botte de sotto, e ci stanno le stanze.» Fece una pausa calcolata, lasciando scorrere lo sguardo sull'intero gruppo, fermandosi in particolare sulle ragazze più giovani. «Solo che le stanze so' sei. E voi siete ventiquattro anime, senza contà me.»
Il silenzio calò, più soffocante dell’aria di mezzogiorno.
«Cosa significa che le camere sono solo sei?» intervenne Kenji Tanaka, avanzando con passi leggeri ed elastici. Il gallerista milanese indossava una camicia alla coreana di lino nero e occhiali sottili di metallo; i capelli brizzolati erano raccolti con precisione dietro le orecchie. Dietro di lui, Mariko Saito teneva le braccia conserte, il corpo snello avvolto in un abito di seta verde scuro che scivolava lungo i fianchi sottili con un'eleganza aristocratica. «Noi abbiamo una prenotazione confermata per una suite matrimoniale indipendente con bagno privato.»
Ugo sputò di nuovo, divertito dalla pretesa dell'orientale. «Qui de suite nun ce ne stanno, dottò. Ci stanno sei stanzoni grandi con i letti di ferro battuto e i materassi di lana. E i bagni so' due: uno in cima alle scale per il piano di sopra, e uno in fondo al disimpegno vicino alla cucina. Funzionano a caduta col serbatoio dell'acqua piovana. Quindi, o ve mettete d'accordo per spartirve i letti, o ve ne andate a dormire sui sassi della frana.»
«È una follia inaccettabile!» tuonò Sergio Valenti, stringendo i pugni. «Siamo professionisti, non possiamo accettare una promiscuità forzata in condizioni igieniche precarie! Io esigo che si trovi una soluzione separata!»
«E allora dormi in macchina, prefetto,» rispose Ugo a mezza voce, con un ghigno che gli distese le rughe profonde della faccia. «I sedili della Thema so' morbidi. Ma stanotte, quassù, il calore della lamiera vi farà scorticare vivi.»
***
Mentre gli adulti continuavano a litigare animatamente all'ombra del portico, dividendosi tra recriminazioni legali e tentativi vani di cercare campo con i primi, ingombranti telefoni cellulari che mostravano impietosamente lo schermo vuoto, i più giovani avevano iniziato a muoversi verso il retro del casale, attirati dal rumore fioco di un rivolo d'acqua.
Dietro la legnaia, incassata contro il declivio di tufo, c'era una grande vasca abbeveratoio in pietra serena, coperta da una crosta di muschio secco ma alimentata da una canna di ferro che gettava acqua limpidissima e gelida proveniente da una sorgente sotterranea.
Katia Fossa si era già tolta i sandali. Con un sospiro infantile, immerse i piedi nudi nella conca di pietra, sollevando con entrambe le mani l'orlo della gonna leggera a fiori per non bagnarla. La pelle delle sue caviglie era bianchissima, quasi trasparente alla luce del meriggio.
«Dio mio, Marco, vieni a sentire quant'è fredda,» disse, voltandosi verso il marito con un sorriso dolce che le illuminava il viso acqua e sapone. «Sembra ghiaccio. Aiuta a non impazzire.»
Marco Palazzi, appoggiato con la schiena contro il muro di sasso, si sfilò la maglietta di cotone intrisa di sudore, rimanendo a torso nudo prima di chinarsi sul getto per sciacquarsi la faccia e la nuca. I muscoli della schiena, definiti dalle ore in officina, brillarono sotto il velo d’acqua gelida. Il giovane operaio si passò le mani ruvide sui capelli corti, scuotendo la testa come un cane bagnato.
Non si era accorto che, a pochi metri di distanza, riparata dalla penombra dell'arcata del vecchio fienile, Luigia Borghese non si era unita al coro di lamentele del marito primario. La psicoanalista sostava nell’angolo d’ombra, le braccia conserte. I suoi occhi azzurro-ghiaccio fissavano con concentrazione chirurgica, quasi predatoria, il rivolo d'acqua che scivolava lungo la spina dorsale di Marco, scendendo fino alla curva della vita dove i calzoni da lavoro scuri segnavano i fianchi asciutti del ragazzo.
Quando Marco sollevò il capo ansimando per il freddo, i loro sguardi si incrociarono per una frazione di secondo. La signora borghese non abbassò gli occhi; accennò soltanto un impercettibile movimento delle labbra sottili, truccate di un rossetto mattone spento, prima di distogliere lo sguardo con un'indifferenza talmente calibrata da sembrare una provocazione aperta. Marco sentì una fitta improvvisa alla bocca dello stomaco, un calore sordo che non aveva nulla a che fare con il sole dell’Umbria.
Poco più in là, seduta sul bordo di un vecchio carretto agricolo rovesciato, Camilla Rinaldi dondolava le gambe nude, osservando la scena con un ghigno sfrontato. Aveva arrotolato la canottiera bianca fin sotto il seno, lasciando scoperto l'addome piatto e lucido di sudore, e teneva tra le dita una sigaretta senza filtro mezza spenta.
«Guarda che casino per sei fottute stanze,» disse, soffiando il fumo verso l'alto e rivolgendosi al suo fidanzato, Valerio Gatti, che se ne stava accovacciato contro la ruota del carro con l'aria smarrita e febbrile di chi è capitato nel posto sbagliato. «Tutti questi vecchi impomatati che hanno paura di farsi vedere in mutande. Tu che dici, Vale? Ci mettiamo in mezzo anche noi a piangere per il bagno privato?»
Valerio non rispose subito. Con le dita nervose e sottili si tormentava il colletto della camicia grunge a quadri sformata, guardando verso il portico dove Marcus Evans stava gesticolando con carisma calmo per placare la rabbia di Sergio Valenti. La voce profonda del musicista, baritonale e musicale, arrivava fino al carretto come una nota di contrabbasso suonata a vuoto. Valerio deglutì a fatica, distogliendo lo sguardo solo quando avvertì la presenza di Ugo che risaliva il cortile facendo tintinnare il mazzo di chiavi.
***
«Allora, o sentite me o stanotte ve la passate all'addiaccio!» urlò Ugo, salendo i primi tre gradini della scala di pietra e voltandosi verso la folla radunata sotto il portico.
Il vecchio si portò la fiaschetta alla bocca, mandando giù un sorso lungo che gli bagnò la barba ingiallita, poi si passò la manica sulle labbra con un gesto sguaiato.
«Ho parlato co' l'oste de sotto che è salito col motocarro prima che la terra chiudesse la mulattiera,» mentì spudoratamente, godendosi il silenzio teso che si era creato. «I pompieri nun se vedono prima de lunedì. La decisione è presa, sennò chiudo il portone e ve lascio fora.»
Estrasse le chiavi dal mazzo, facendole scorrere una a una tra le dita nodose e nere di terra.
«Siamo quattro per camera, due coppie a stanza. Nessuno dorme per terra in salone: il salone serve pe' mangià e pe' la sera se manca la corrente. Le camere so' grandi, ci stanno il matrimoniale e due brande con le cinghie che ho tirato giù dalla soffitta.»
Indicò le porte scure di legno massello che si affacciavano sulla balconata interna del primo piano.
«Camera Uno: Rossi Franco e signora, con i due sposini di sotto, Palazzi e la ragazza dei conti.» Franco aprì la bocca per protestare, ma Rita gli diede una gomitata nel fianco, fissando curiosa la figura asciutta di Katia che rientrava dalla vasca asciugandosi le caviglie.
«Camera Due: il signor Tanaka con la moglie, insieme ai due studenti coi capelli lunghi.» Kenji non disse una parola: si limitò a guardare Valerio e Camilla con un sorriso sottile, quasi impercettibile, mentre Mariko stringeva la borsa di seta contro il petto, gli occhi scuri che brillavano di un'ironia crudele.
«Camera Tre: il giudice Valenti e la signora Elena, con il signorino delle discoteche e la fidanzata sua.» Riccardo Nesti, che fino a quel momento era rimasto appoggiato alla balaustra a fumare con un'aria di totale strafottenza, scambiò un'occhiata obliqua con Elena. La moglie del magistrato abbassò il viso verso il pavimento, stringendosi nelle spalle mentre la giovane Sofia Vitali, al fianco di Riccardo, affondava le unghie nel braccio del compagno con una stretta nevrotica, terrorizzata dalla freddezza aristocratica della donna matura con cui avrebbe dovuto dividere la stanza.
«Camera Quattro: l'americano della musica con la signora scura, e il bagnino biondo con la ragazzina con gli occhiali.» Naomi Diallo sollevò il mento con un movimento regale, i suoi occhi dorati scesero di nuovo sulla figura imponente di Federico, mentre Martina Rossetti si morse il labbro inferiore, sentendo il respiro mozzarsi in gola davanti alla prospettiva di condividere lo stesso spazio angusto con quel gigante nero e la sua compagna dalla bellezza spietata.
«Camera Cinque: il professore chirurgo con la dottoressa, e l'ingegnere dei computer con la moglie bionda.» Beatrice Galli emise una risatina nervosa, tirata, scuotendo i capelli biondo miele e guardando Vittorio Aliprandi con una scintilla febbrile negli occhi spalancati, mentre il marito Matteo Bernardi si asciugò la fronte madida con un fazzoletto spiegazzato, sentendosi già minuscolo e ridicolo di fronte all'imponenza gelida del primario e alla presenza severa di Luigia.
«E la Camera Sei,» concluse Ugo, sollevando l'ultima pesante chiave di ferro battuto verso l'ala più remota del corridoio, «Marini Beppe e la signora Annamaria, insieme alle due signorine venute da Roma.»
Beppe Marini, rimasto fino ad allora muto e scuro in volto accanto alle sue valigie di cartone pressato legate con lo spago, alzò di scatto la testa bianca. Le sue sopracciglia cespugliose si aggrottarono in un moto d'ira antica: «Ma che discorso è? Mia moglie non dorme mica in camera con due...»
Si interruppe, trattenuto dal pudore e dallo sguardo fiero di Emily Franklin, che gli stava di fronte a braccia conserte, maestosa nella sua tunica di lino grezzo e la chioma argentea che le incorniciava i lineamenti scuri. Al suo fianco, la giovane Silvia Neri puntò l'obiettivo della sua macchina fotografica a tracolla dritta verso la faccia del vecchio muratore, scattando a vuoto senza rullino con un clic secco che rimbombò sotto le volte del portico.
Accanto a Beppe, Annamaria Cerasa arrossì, abbassando la testa per torturare i manici della borsa di tela. Il profumo di sandalo e gelsomino che emanava dalla cantante jazz arrivò a sfiorarle le narici, rompendo l'odore familiare di sapone di Marsiglia e facendole mancare il respiro.
«Le chiavi stanno attaccate alle toppe,» gracchiò infine Ugo, scendendo l'ultimo gradino e incamminandosi verso la cantina con la fiaschetta stretta sotto il braccio. «Portate su la roba. E regolateve coll'acqua nei bagni, che se finisce quella del cassone tocca annalla a pijà col secchio al pozzo vecchio.»
Il vecchio si fermò all’angolo della casa, voltandosi appena per godersi lo spettacolo delle ventiquattro persone immobili nel cortile, intrappolate tra il sole bianco delle colline umbre e le porte socchiuse del casale.
«Benvenuti al Gelso,» sussurrò tra i denti gialli, prima di scomparire nell'ombra fresca del portone.
Chapter 2
* * *Il crepuscolo non aveva portato sollievo. Il calore accumulato durante il giorno dalle pietre di tufo dell’agriturismo Il Gelso si era riversato all’interno, trasformando le stanze in celle termiche sigillate. Poi, poco dopo le nove, con un colpo secco e sordo risuonato da qualche parte nei quadri elettrici della rimessa, era saltata la corren…

