
Sei camere - A porte socchiuse
Un agriturismo isolato, sei camere, e le porte che non si chiudono più
by H.C. Hank
Luglio 1993. Una frana isola la campagna intorno a Monteleone d'Orvieto e costringe ventiquattro villeggianti della media e alta borghesia a rifugiarsi nell'agriturismo Il Gelso. Sei camere. Due bagni in comune. Un'afa che non dà tregua. E Ugo Baldini, il custode viscido, che già conosce ogni segreto. Alla prima notte salta la corrente. Per non soffocare, le porte restano socchiuse. Da quel momento le convenzioni si sfarinano. Gli sguardi passano da una soglia all'altra. Alla Fiera del Solstizio i paesani esercitano una pressione beffarda e predatrice sui forestieri. Martina Rossetti si concede al barista Amos e distrugge Federico. Franco Rossi seduce la studentessa Camilla. Naomi Diallo sottomette Federico. L'austera professoressa Elena Moretti cede a Riccardo sotto gli occhi del marito magistrato. Gli operai arrivano per le condotte: Carmine possiede Rita dietro la credenza, Sergio subisce un'umiliazione fisica in caserma. Per spegnere il ricatto di Ugo, Katia Fossa capitola nella polvere della rimessa. Quando le ruspe dell'ANAS riaprono la provinciale, le maschere tornano a posto a colpi di spazzola e tailleur. Il convoglio scende la collina. Ma ciò che è accaduto a porte socchiuse è ormai irreversibile.
- Erotica
- Literary Fiction
- Contemporary Erotica
- Taboo
- Relationship Drama
- Character Study
Chapter 1
Il metallo delle carrozzerie scoppiettava sotto il cielo cieco di luglio. L’aria sopra la ghiaia del piazzale tremolava in onde dense e oleose, intrappolando l’odore acre della gomma bruciata, dell’erba medica cotta dal sole e dell’argilla polverosa che saliva dai calanchi circostanti. A Monteleone d’Orvieto il mezzogiorno non concedeva ombre: le mura di pietra arenaria del casale "Il Gelso" sembravano trasudare un calore accumulato da secoli, un alito secco che toglieva il fiato a chiunque scendesse dalle automobili.
La Mercedes 250D grigio piombo del professor Vittorio Aliprandi dominava la parte all’ombra del grande gelso secolare, la carrozzeria ancora lucida nonostante il velo di polvere bianca sollevato lungo la salita. Poco più indietro, parcheggiata di traverso con il motore che borbottava uno sferragliamento metallico prima di spegnersi con un sussulto, sostava la Fiat Uno rossa di Federico Riva, con una vistosa ammaccatura sul parafango posteriore e l’adesivo scolorito di una discoteca della riviera romagnola sul lunotto termico. Nel mezzo, tra le lamiere roventi di altre berline borghesi e utilitarie infangate, spiccavano la sagoma ribassata della vecchia Jaguar bordeaux di Marcus Evans e la furgonetta Volkswagen sbiadita dei due studenti toscani, coperta di fango secco fin sopra i passaruota.
I motori si erano spenti uno dopo l'altro. Rimaneva soltanto il frinire forsennato delle cicale, un ronzio metallico che sembrava vibrare direttamente dietro le tempie.
Vittorio scese per primo dalla Mercedes, lisciandosi la camicia di cotone azzurro chiaro, già appiccicata alle scapole dal sudore. Il primario di chirurgia d’urgenza si sfilò gli occhiali dalla montatura dorata, mostrando occhi grigi, cinici, cerchiati da una stanchezza cronica che le ferie non riuscivano a cancellare. Al suo fianco, la portiera del passeggero si aprì con uno scatto netto. Luigia Borghese scese lentamente sull’acciottolato con grazia studiata, incurante della polvere che andava a posarsi sui suoi sandali di cuoio intrecciato. I suoi capelli, di un bianco abbacinante tagliato geometrico sopra le spalle, riflettevano la luce cruda. Lo sguardo dell’analista misurò la facciata del casale e gli altri passeggeri con freddezza clinica, registrando la confusione generale con un leggero, impercettibile sollevamento del sopracciglio.
«Ti avevo detto che la provinciale era franata prima del bivio di Fabro,» mormorò Vittorio a denti stretti, senza guardarla, picchiettando le dita asciutte sul montante del finestrino. «Quella carogna del benzinaio a valle ci ha mandati su per questa trappola per capre.»
«La provinciale è venuta giù un’ora fa, Vittorio,» rispose Luigia, con voce bassa, modulata, priva di qualsiasi inflessione dialettale. «E tu hai preferito non aspettare la pattuglia della stradale. Ora siamo qui. Risparmiati la bile.»
Dall'altra parte del cortile, la portiera della Fiat Uno sbatté con un colpo secco. Federico scese allungando le gambe fasciate da bermuda di jeans tagliati a vivo sulle cosce dorate. La canottiera nera a costine, madida sul petto scolpito dagli allenamenti in piscina, lasciava scoperte spalle larghe e braccia possenti. Il bagnino si stirò con ostentazione quasi animale, emettendo un grugnito rauco prima di voltarsi verso il lato passeggero.
«Oh, Marti, muoviti a scendere,» disse con un tono sbrigativo, passandosi una mano tra i folti capelli biondi intrisi di sale e sudore. «Qua dentro si crepa. Sembra di stare in un forno a legna.»
Martina Rossetti spinse lo sportello a fatica. Si aggiustò con l’indice gli occhiali dalla montatura scura, che le scivolavano sul naso lucido. Indossava una gonna di lino bianca, stropicciata dal lungo tragitto, e una maglietta a righe sottili che metteva in risalto la linea delicata del collo e del seno minuto. Gli occhi azzurro-verdi, ingranditi dalle lenti, corsero oltre la figura imponente del fidanzato, posandosi con disagio e timidezza sul gruppo di adulti che invadeva il portico.
A pochi metri da loro Marcus Evans era già fuori dalla sua Saab. Alto, la pelle scura lucida d’un velo di sudore bronzeo, il musicista jazz indossava una camicia di lino color tabacco aperta sui primi tre bottoni, a mostrare una collana sottile d’argento e il torace brizzolato. Si sfilò gli occhiali a goccia con un gesto felpato. Al suo fianco, Naomi Diallo non si era nemmeno mossa per prendere la borsa: restava in piedi appoggiata alla fiancata della vettura, fiera e altera nella sua veste di cotone grezzo color mattone, gli zigomi alti scolpiti come ebano antico e i capelli cortissimi, nivei, che le conferivano l’autorità di una divinità pagana. I suoi occhi dorati si posarono su Federico con la lentezza distaccata di un predatore sazio, indugiando per qualche secondo sui muscoli tesi delle sue spalle prima di risalire verso la piazzetta d'ingresso.
Martina rimase a fissare le mani di Marcus: dita lunghissime, scure, ornate da due anelli d’argento lavorato al pollice e al mignolo, mani abituate a sfiorare i tasti del pianoforte o le curve del contrabbasso con una precisione millimetrica. Quando il musicista si accorse del suo sguardo fisso, le rivolse un sorriso sornione, scoprendo denti bianchissimi e lasciando vibrare una risata bassa nella gola che costrinse la studentessa a chinare gli occhi, con le guance infiammate.
Dalla dependance laterale, una costruzione bassa con il tetto di coppi sconnessi e un pergolato di vite inselvatichito, si udì uno scricchiolio secco di passi sulla ghiaia.
Un uomo avanzava lentamente, trascinando vecchi scarponi da lavoro sfondati sui talloni. Indossava una canottiera grigia a costine con ampie macchie scure di sudore sotto le ascelle e una vistosa traccia giallastra sul petto, mentre i pantaloni di velluto a coste, consunti e sbiaditi dal tempo, erano tenuti su alla vita da uno spezzone di fune di canapa ritorta. Aveva una barba incolta, bianca ma intrisa d’ombra e nicotina attorno alla bocca sdentata, e sopracciglia cespugliose sotto cui ardevano occhi castani, infossati, mobilissimi e viscidi come biglie di vetro.
Era Ugo Baldini.
Nella mano sinistra stringeva per il collo una fiaschetta da due litri, mezza vuota; dalla tasca destra dei pantaloni pendeva un anello di ferro pesante dal quale tintinnavano una ventina di chiavi d'ottone e ferro battuto, lunghe e scheggiate. Il suo odore lo precedette: una zaffata di trinciato forte, botte acida e sudore vecchio di settimane.
«È inutile che continuate a suonà i clacson o a scalpitare come puledri,» disse Ugo, sputando per terra un grumo scuro di saliva tra le radici del gelso. La voce era rauca, intrisa del dialetto umbro più chiuso e sordo, ma scandita con una calma beffarda. «La strada di sotto non c'è più. È venuto giù mezzo poggio di creta rossa all'altezza della curva del fosso. Duecento metri di terra bagnata dall'acquazzone di stamattina all'alba. Un muro alto così.»
Sollevò il braccio nodoso e scheletrico, indicando il colmo della stalla.
Sergio Valenti, sceso da una Lancia Thema blu scuro insieme alla moglie Elena Moretti, si fece avanti con passo marziale. L'austero magistrato della Procura di Bologna teneva la giacca di lino appesa all'indice sopra la spalla; la camicia bianca, stirata alla perfezione prima della partenza, mostrava due ampie mezzelune scure sotto le ascelle. I lineamenti rigidi e la mascella serrata tradivano l'abitudine al comando.
«Senta, buon uomo,» esordì Sergio con il tono perentorio delle aule di tribunale, «abbiamo visto il cartello provvisorio in fondo alla valle. Ma deve esserci un passaggio alternativo. Dov'è il telefono? Dobbiamo contattare i Carabinieri di Monteleone e l'ANAS. Ci sono persone che hanno scadenze improrogabili a Roma e Bologna.»
Ugo emise un suono a metà tra un rantolo e una risata cavernosa, fermandosi a un metro dal magistrato. I suoi occhi percorsero la figura rigida di Sergio, poi scivolarono senza vergogna sul corpo di Elena, che si teneva un passo indietro: la donna, cinquantasettenne dai modi riservati ed eleganti, stringeva al petto la borsa di cuoio, con il viso ombreggiato da una frangia castana che non nascondeva il turbamento per l'insolenza di quel vecchio contadino.
«Il telefono?» Ugo scosse la testa con finta compassione, mostrando i denti macchiati. «I pali del telefono di legno lungo la gola son venuti giù insieme al fango. La linea è morta prima di mezzogiorno. E se volete i Carabinieri, il maresciallo Mimmo sta su in paese, a Monteleone. Ma con la macchina lassù non ci salite: la vecchia mulattiera è buona pe' i piedi o pe' il trattore di Carmine. Da qui nun se move foglia per almeno una settimana, forse due, se la pala meccanica da Terni nun trova la strada libera pe' salì.»
Un mormorio di sconcerto e protesta si levò dal gruppo radunato sul piazzale.
Franco Rossi, l’ex operaio metalmeccanico, si fece largo a gomitate tra le valigie appoggiate a terra. Con la sua testa calva e lucida che arrossava a vista d'occhio sotto il sole e la pancia massiccia fasciata da una maglietta blu scuro, squadrò Ugo da pari a pari. Al suo fianco, la moglie Rita Benetti sventolava un fazzoletto di stoffa intriso d'acqua di colonia sul collo formoso, mostrando una scollatura generosa che la canottiera fiorata faticava a contenere.
«Ma che cazzo dici, vecchio?» sbottò Franco con il suo accento emiliano. «Due settimane bloccati in cima a 'sto sasso? Ma ci sarà una sistemazione decente, no? Chi aveva prenotato e chi è salito solo per il pranzo della fiera non può mica dormire per strada!»
«E difatti per strada nun dorme nessuno, capo,» replicò Ugo, assestando un colpo con il palmo della mano sulla coscia per far tintinnare il mazzo di chiavi. Il suo sguardo si posò sulle labbra carnose e tinte di rosso vivo di Rita, indugiando sul suo petto ansimante prima di voltarsi verso la scala esterna in pietra che conduceva al primo piano del casale. «L’agriturismo è aperto. C’è acqua fresca dal pozzo, c’è il vino buono nella botte de sotto, e ci stanno le stanze.» Fece una pausa calcolata, lasciando scorrere lo sguardo sull'intero gruppo, fermandosi in particolare sulle ragazze più giovani. «Solo che le stanze so' sei. E voi siete ventiquattro anime, senza contà me.»
Il silenzio calò, più soffocante dell’aria di mezzogiorno.
«Cosa significa che le camere sono solo sei?» intervenne Kenji Tanaka, avanzando con passi leggeri ed elastici. Il gallerista milanese indossava una camicia alla coreana di lino nero e occhiali sottili di metallo; i capelli brizzolati erano raccolti con precisione dietro le orecchie. Dietro di lui, Mariko Saito teneva le braccia conserte, il corpo snello avvolto in un abito di seta verde scuro che scivolava lungo i fianchi sottili con un'eleganza aristocratica. «Noi abbiamo una prenotazione confermata per una suite matrimoniale indipendente con bagno privato.»
Ugo sputò di nuovo, divertito dalla pretesa dell'orientale. «Qui de suite nun ce ne stanno, dottò. Ci stanno sei stanzoni grandi con i letti di ferro battuto e i materassi di lana. E i bagni so' due: uno in cima alle scale per il piano di sopra, e uno in fondo al disimpegno vicino alla cucina. Funzionano a caduta col serbatoio dell'acqua piovana. Quindi, o ve mettete d'accordo per spartirve i letti, o ve ne andate a dormire sui sassi della frana.»
«È una follia inaccettabile!» tuonò Sergio Valenti, stringendo i pugni. «Siamo professionisti, non possiamo accettare una promiscuità forzata in condizioni igieniche precarie! Io esigo che si trovi una soluzione separata!»
«E allora dormi in macchina, prefetto,» rispose Ugo a mezza voce, con un ghigno che gli distese le rughe profonde della faccia. «I sedili della Thema so' morbidi. Ma stanotte, quassù, il calore della lamiera vi farà scorticare vivi.»
***
Mentre gli adulti continuavano a litigare animatamente all'ombra del portico, dividendosi tra recriminazioni legali e tentativi vani di cercare campo con i primi, ingombranti telefoni cellulari che mostravano impietosamente lo schermo vuoto, i più giovani avevano iniziato a muoversi verso il retro del casale, attirati dal rumore fioco di un rivolo d'acqua.
Dietro la legnaia, incassata contro il declivio di tufo, c'era una grande vasca abbeveratoio in pietra serena, coperta da una crosta di muschio secco ma alimentata da una canna di ferro che gettava acqua limpidissima e gelida proveniente da una sorgente sotterranea.
Katia Fossa si era già tolta i sandali. Con un sospiro infantile, immerse i piedi nudi nella conca di pietra, sollevando con entrambe le mani l'orlo della gonna leggera a fiori per non bagnarla. La pelle delle sue caviglie era bianchissima, quasi trasparente alla luce del meriggio.
«Dio mio, Marco, vieni a sentire quant'è fredda,» disse, voltandosi verso il marito con un sorriso dolce che le illuminava il viso acqua e sapone. «Sembra ghiaccio. Aiuta a non impazzire.»
Marco Palazzi, appoggiato con la schiena contro il muro di sasso, si sfilò la maglietta di cotone intrisa di sudore, rimanendo a torso nudo prima di chinarsi sul getto per sciacquarsi la faccia e la nuca. I muscoli della schiena, definiti dalle ore in officina, brillarono sotto il velo d’acqua gelida. Il giovane operaio si passò le mani ruvide sui capelli corti, scuotendo la testa come un cane bagnato.
Non si era accorto che, a pochi metri di distanza, riparata dalla penombra dell'arcata del vecchio fienile, Luigia Borghese non si era unita al coro di lamentele del marito primario. La psicoanalista sostava nell’angolo d’ombra, le braccia conserte. I suoi occhi azzurro-ghiaccio fissavano con concentrazione chirurgica, quasi predatoria, il rivolo d'acqua che scivolava lungo la spina dorsale di Marco, scendendo fino alla curva della vita dove i calzoni da lavoro scuri segnavano i fianchi asciutti del ragazzo.
Quando Marco sollevò il capo ansimando per il freddo, i loro sguardi si incrociarono per una frazione di secondo. La signora borghese non abbassò gli occhi; accennò soltanto un impercettibile movimento delle labbra sottili, truccate di un rossetto mattone spento, prima di distogliere lo sguardo con un'indifferenza talmente calibrata da sembrare una provocazione aperta. Marco sentì una fitta improvvisa alla bocca dello stomaco, un calore sordo che non aveva nulla a che fare con il sole dell’Umbria.
Poco più in là, seduta sul bordo di un vecchio carretto agricolo rovesciato, Camilla Rinaldi dondolava le gambe nude, osservando la scena con un ghigno sfrontato. Aveva arrotolato la canottiera bianca fin sotto il seno, lasciando scoperto l'addome piatto e lucido di sudore, e teneva tra le dita una sigaretta senza filtro mezza spenta.
«Guarda che casino per sei fottute stanze,» disse, soffiando il fumo verso l'alto e rivolgendosi al suo fidanzato, Valerio Gatti, che se ne stava accovacciato contro la ruota del carro con l'aria smarrita e febbrile di chi è capitato nel posto sbagliato. «Tutti questi vecchi impomatati che hanno paura di farsi vedere in mutande. Tu che dici, Vale? Ci mettiamo in mezzo anche noi a piangere per il bagno privato?»
Valerio non rispose subito. Con le dita nervose e sottili si tormentava il colletto della camicia grunge a quadri sformata, guardando verso il portico dove Marcus Evans stava gesticolando con carisma calmo per placare la rabbia di Sergio Valenti. La voce profonda del musicista, baritonale e musicale, arrivava fino al carretto come una nota di contrabbasso suonata a vuoto. Valerio deglutì a fatica, distogliendo lo sguardo solo quando avvertì la presenza di Ugo che risaliva il cortile facendo tintinnare il mazzo di chiavi.
***
«Allora, o sentite me o stanotte ve la passate all'addiaccio!» urlò Ugo, salendo i primi tre gradini della scala di pietra e voltandosi verso la folla radunata sotto il portico.
Il vecchio si portò la fiaschetta alla bocca, mandando giù un sorso lungo che gli bagnò la barba ingiallita, poi si passò la manica sulle labbra con un gesto sguaiato.
«Ho parlato co' l'oste de sotto che è salito col motocarro prima che la terra chiudesse la mulattiera,» mentì spudoratamente, godendosi il silenzio teso che si era creato. «I pompieri nun se vedono prima de lunedì. La decisione è presa, sennò chiudo il portone e ve lascio fora.»
Estrasse le chiavi dal mazzo, facendole scorrere una a una tra le dita nodose e nere di terra.
«Siamo quattro per camera, due coppie a stanza. Nessuno dorme per terra in salone: il salone serve pe' mangià e pe' la sera se manca la corrente. Le camere so' grandi, ci stanno il matrimoniale e due brande con le cinghie che ho tirato giù dalla soffitta.»
Indicò le porte scure di legno massello che si affacciavano sulla balconata interna del primo piano.
«Camera Uno: Rossi Franco e signora, con i due sposini di sotto, Palazzi e la ragazza dei conti.» Franco aprì la bocca per protestare, ma Rita gli diede una gomitata nel fianco, fissando curiosa la figura asciutta di Katia che rientrava dalla vasca asciugandosi le caviglie.
«Camera Due: il signor Tanaka con la moglie, insieme ai due studenti coi capelli lunghi.» Kenji non disse una parola: si limitò a guardare Valerio e Camilla con un sorriso sottile, quasi impercettibile, mentre Mariko stringeva la borsa di seta contro il petto, gli occhi scuri che brillavano di un'ironia crudele.
«Camera Tre: il giudice Valenti e la signora Elena, con il signorino delle discoteche e la fidanzata sua.» Riccardo Nesti, che fino a quel momento era rimasto appoggiato alla balaustra a fumare con un'aria di totale strafottenza, scambiò un'occhiata obliqua con Elena. La moglie del magistrato abbassò il viso verso il pavimento, stringendosi nelle spalle mentre la giovane Sofia Vitali, al fianco di Riccardo, affondava le unghie nel braccio del compagno con una stretta nevrotica, terrorizzata dalla freddezza aristocratica della donna matura con cui avrebbe dovuto dividere la stanza.
«Camera Quattro: l'americano della musica con la signora scura, e il bagnino biondo con la ragazzina con gli occhiali.» Naomi Diallo sollevò il mento con un movimento regale, i suoi occhi dorati scesero di nuovo sulla figura imponente di Federico, mentre Martina Rossetti si morse il labbro inferiore, sentendo il respiro mozzarsi in gola davanti alla prospettiva di condividere lo stesso spazio angusto con quel gigante nero e la sua compagna dalla bellezza spietata.
«Camera Cinque: il professore chirurgo con la dottoressa, e l'ingegnere dei computer con la moglie bionda.» Beatrice Galli emise una risatina nervosa, tirata, scuotendo i capelli biondo miele e guardando Vittorio Aliprandi con una scintilla febbrile negli occhi spalancati, mentre il marito Matteo Bernardi si asciugò la fronte madida con un fazzoletto spiegazzato, sentendosi già minuscolo e ridicolo di fronte all'imponenza gelida del primario e alla presenza severa di Luigia.
«E la Camera Sei,» concluse Ugo, sollevando l'ultima pesante chiave di ferro battuto verso l'ala più remota del corridoio, «Marini Beppe e la signora Annamaria, insieme alle due signorine venute da Roma.»
Beppe Marini, rimasto fino ad allora muto e scuro in volto accanto alle sue valigie di cartone pressato legate con lo spago, alzò di scatto la testa bianca. Le sue sopracciglia cespugliose si aggrottarono in un moto d'ira antica: «Ma che discorso è? Mia moglie non dorme mica in camera con due...»
Si interruppe, trattenuto dal pudore e dallo sguardo fiero di Emily Franklin, che gli stava di fronte a braccia conserte, maestosa nella sua tunica di lino grezzo e la chioma argentea che le incorniciava i lineamenti scuri. Al suo fianco, la giovane Silvia Neri puntò l'obiettivo della sua macchina fotografica a tracolla dritta verso la faccia del vecchio muratore, scattando a vuoto senza rullino con un clic secco che rimbombò sotto le volte del portico.
Accanto a Beppe, Annamaria Cerasa arrossì, abbassando la testa per torturare i manici della borsa di tela. Il profumo di sandalo e gelsomino che emanava dalla cantante jazz arrivò a sfiorarle le narici, rompendo l'odore familiare di sapone di Marsiglia e facendole mancare il respiro.
«Le chiavi stanno attaccate alle toppe,» gracchiò infine Ugo, scendendo l'ultimo gradino e incamminandosi verso la cantina con la fiaschetta stretta sotto il braccio. «Portate su la roba. E regolateve coll'acqua nei bagni, che se finisce quella del cassone tocca annalla a pijà col secchio al pozzo vecchio.»
Il vecchio si fermò all’angolo della casa, voltandosi appena per godersi lo spettacolo delle ventiquattro persone immobili nel cortile, intrappolate tra il sole bianco delle colline umbre e le porte socchiuse del casale.
«Benvenuti al Gelso,» sussurrò tra i denti gialli, prima di scomparire nell'ombra fresca del portone.
* * *
Il crepuscolo non aveva portato sollievo. Il calore accumulato durante il giorno dalle pietre di tufo dell’agriturismo Il Gelso si era riversato all’interno, trasformando le stanze in celle termiche sigillate. Poi, poco dopo le nove, con un colpo secco e sordo risuonato da qualche parte nei quadri elettrici della rimessa, era saltata la corrente. Nessuna scintilla, nessun ronzio: solo il silenzio improvviso, denso, e il buio pesto delle colline umbre che inghiottiva ogni cosa.
Nel corridoio al primo piano, lungo e stretto, con le assi di castagno inchiodate a vista sopra i travetti irregolari, galleggiava una luce fioca e giallastra. Ugo aveva piantato mozziconi di candela su piattini sbeccati di ceramica, uno davanti a ogni porta. L’aria era satura: un miscuglio pesante di cera vergine sciolta, legno tarlato, sudore acido e le scie contrastanti dei profumi di città — il sandalo puro e il gelsomino di Naomi ed Emily, l’acqua di colonia alla lavanda del magistrato Sergio, il cocco chimico della lozione di Federico — che si scontravano senza fondersi.
Le porte di legno massello delle sei camere non erano chiuse. Con l’afa di luglio che toglieva il fiato e la totale assenza di ventilazione, serrarle avrebbe significato soffocare. Restavano tutte accostate, fermate da ciottoli o cunei di pioppo: tre centimetri di fessura per far circolare un filo d’aria, varchi sonori e visivi lungo l’intero corridoio.
Al piano superiore non c’era spazio per la riservatezza. Il solaio trasmetteva ogni movimento con una fedeltà spietata: lo scricchiolio di una rete metallica, lo strisciare di piedi nudi sulle mattonelle di cotto consumato, il fruscio di un capo di vestiario sfilato nella penombra.
***
In Camera Uno, la convivenza era un attrito sordo di corpi e classi sociali.
La stanza era spaziosa ma grezza, dominata da un grande letto matrimoniale in ferro battuto scrostato e, lungo la parete opposta, sotto la finestra dalle imposte spalancate sulla notte immobile, due brandine pieghevoli d'alluminio con materassi sottili di lana cardata.
Franco si era tolto la maglietta da ore. A torso nudo, con la canottiera arrotolata sui calzoni corti di cotone blu da lavoro, sedeva sul bordo del lettone con le gambe divaricate e le mani nodose piantate sulle ginocchia. I peli grigi del suo petto possente brillavano di sudore nel debole riverbero della candela posata sul comodino. La testa calva e lucida rifletteva la fiamma a ogni respiro pesante di Franco, simile a un mantice.
Al suo fianco, Rita Benetti stava finendo di sciogliersi i capelli tinti color mogano. Aveva abbandonato il fazzoletto e la canottiera della fiera, restando in una sottoveste di viscosa nera bordata di pizzo ruvido, scollata sul seno abbondante e morbido che saliva e scendeva a ritmo irregolare. Con una limetta di cartone si passava le unghie con movimenti ritmici, producendo un grattolio secco che riempiva il silenzio.
Sulle brandine di fronte, Marco Palazzi e Katia Fossa stavano immobili, stretti nella propria metà di spazio come se muoversi significasse invadere un perimetro proibito.
Katia si era rannicchiata su un fianco, di schiena verso il matrimoniale. Indossava solo una maglietta bianca di cotone leggero, sformata, che scendeva fino a metà coscia lasciando scoperte le gambe lunghe e candide, rese diafane dalla penombra. Teneva le ginocchia piegate al petto, le dita intrecciate tra le lenzuola ruvide che Ugo aveva tirato fuori dai bauli di canapa. Sentiva l’odore acre del sudore di Franco galleggiare nella stanza, un odore di ferro, tabacco e carne matura che le batteva addosso come un’onda calda. Ogni volta che Franco si muoveva, facendo cigolare la rete del lettone, la ragazza avvertiva un brivido alla radice della gola, un formicolio nervoso che la costringeva a mordersi il labbro.
Marco, disteso sulla branda accanto a lei, fissava il soffitto a travi scure. Aveva tenuto i pantaloni lunghi di tela, togliendosi solo le scarpe. Le sue mani, con le nocche segnate dalle frese industriali, erano serrate lungo i fianchi. Non riusciva a non guardare. La luce della candela proiettava sul muro la sagoma enorme della schiena di Franco e la curva procace delle spalle di Rita.
«Fa un caldo che si schiatta, porca miseria,» borbottò Franco a voce bassa, senza preoccuparsi di abbassare troppo il tono. La voce da bar della Bassa rimbombò tra i muri di pietra. Si passò la mano ruvida sulla nuca bagnata, poi i suoi occhi piccoli e sornioni scivolarono verso la branda dei due giovani, fermandosi con una lentezza sfacciata sulle cosce nude di Katia, visibili sotto l'orlo della maglietta. «Ehi, Palazzi. Ma voi due a casa vostra dormite vestiti come in chiesa?»
Marco deglutì, voltando appena il capo. Gli occhiali da vista gli scivolavano sul ponte del naso lucido. «È per rispetto, signor Rossi.»
Rita emise una risata gutturale, un gorgoglio che le fece vibrare il décolleté. Si voltò sulla spalliera del letto, squadrando Marco da capo a piedi con un'occhiata famelica che non nascondeva nulla. «Ma lasciali stare, Franchino. Sono sposati da poco, hanno ancora la vergogna addosso. Ai nostri tempi mica eravamo così timidi, eh?»
Katia non si voltò, ma la linea della sua spina dorsale si tese. Il calore sul suo collo saliva a chiazze rosse. Sentiva lo sguardo pesante di Franco bruciarle sulla pelle nuda delle gambe, un peso fisico che la paralizzava e, allo stesso tempo, le svuotava il ventre di ogni tensione razionale.
***
Due porte più in là, in Camera Due l’atmosfera aveva una densità diversa, cerebrale e carica di perversione sottile.
Kenji Tanaka sedeva composto su una poltrona a dondolo di noce vicino alla finestra, con le gambe accavallate e la camicia nera di lino sbottonata fino al plesso solare, rivelando la pelle tesa, priva di peli, di un uomo che controllava ogni fibra del proprio invecchiamento. Con un ventaglio di carta di riso muoveva l'aria con gesti lenti, ipnotici, producendo un fruscio secco e regolare.
Sul letto matrimoniale, Mariko Saito giaceva supina, le braccia distese lungo i fianchi sopra un telo di seta avorio. Non sudava. Indossava un kimono estivo corto, aperto sul petto in una fessura geometrica che mostrava le clavicole affilate e la linea aristocratica della gola. I suoi occhi a mandorla, semichiusi ma vigili, erano puntati sul pavimento in cotto al centro della stanza.
Lì, su un unico materasso matrimoniale buttato a terra tra i due armadi di castagno, stavano Valerio Gatti e Camilla Rinaldi.
Camilla non aveva fatto nulla per proteggere la propria intimità. Era sdraiata a pancia in giù, con le gambe divaricate e le piante dei piedi sporche di polvere rivolte verso il soffitto. Indossava solo una canottiera a spalline sottilissime, quasi trasparente per il sudore che le incollava il tessuto contro i piccoli seni impertinenti, e un paio di slip di cotone nero. La frangetta ramata le si appiccicava alla fronte madida. Con la punta del dito tracciava cerchi invisibili sulla polvere tra le fughe del cotto, godendo del fatto che ogni suo respiro, ogni oscillazione dei suoi fianchi minuti fosse registrata dall'alto da Kenji e da Mariko.
«C’è una luna che sembra una lampada al neon,» disse Camilla a voce chiara, rompendo il silenzio senza alcun imbarazzo. Sollevò il mento, puntando i suoi enormi occhi scuri direttamente verso la figura immobile di Kenji. «A Milano fa così caldo la notte, signor Tanaka? O avete l’aria condizionata anche dentro le mutande?»
Un sorriso appena accennato piegò le labbra sottili del gallerista. Il ventaglio continuò il suo moto oscillatorio, costante come il pendolo di un orologio.
«A Milano la gente si nasconde dietro i vetri delle finestre per non sentire l'odore degli altri,» rispose Kenji con la sua voce calma, priva di inflessioni, venata di una sfumatura metallica. «Qui invece l'odore della pelle è l'unica cosa che resta. Il tuo amico sembra soffrirne molto più di te.»
Valerio era rannicchiato su un fianco, le spalle strette e le braccia serrate contro il petto, come a volersi fare minuscolo. Teneva gli occhi azzurro chiaro spalancati nella penombra, fissando le scarpe lucide di Kenji a un metro dalla sua testa. Indossava una maglietta slabbrata dei Nirvana e boxer larghi di flanella leggera. Sentiva il peso del silenzio di Mariko sul lettone, sentiva lo sguardo di Kenji che lo spogliava non con violenza, ma con la precisione clinica di un collezionista davanti a un'opera incompiuta.
Il ragazzo cercò la mano di Camilla sul materasso per ancorarsi a qualcosa, ma la ragazza ritirò le dita con uno scatto secco, lasciandolo solo. Camilla guardava verso l'alto, verso Mariko: la nobildonna giapponese sollevò una mano affusolata, bagnandosi l'indice con la saliva prima di passarlo lentamente sul bordo del proprio labbro inferiore, senza staccare gli occhi dalla ragazza sul pavimento.
Valerio avvertì una fitta allo stomaco, un miscuglio d'angoscia e degradazione che gli fece battere il cuore contro le costole: si sentiva offerto, esposto, una pedina fragile in una transazione che non comprendeva ma di cui cominciava disperatamente a desiderare l'esito.
***
In Camera Tre, la tensione era un veleno muto e asfittico.
Il magistrato Sergio Valenti si era tolto la cravatta e la giacca, ma non la camicia bianca, che teneva abbottonata fino al collo nonostante il sudore gli colasse lungo le tempie brizzolate, bagnandogli il colletto rigido. Sedeva rigido su una sedia impagliata con la schiena dritta come una lama, le mani serrate sui braccioli di legno, fissando la porta socchiusa e il filo di luce che arrivava dal corridoio.
Sul letto matrimoniale, Elena Moretti era distesa con gli occhi chiusi, fingendo un sonno che non sarebbe mai arrivato. Il suo abito estivo di lino azzurro era sgualcito; teneva le mani giunte sopra il grembo, le dita intrecciate con una forza tale che le nocche erano diventate bianche. A ogni respiro, la cinquantasettenne ex insegnante sentiva il fallimento della propria compostezza sgretolarsi.
Dall'altro lato della stanza, sui due lettini singoli accostati per formare un giaciglio improvvisato, Riccardo Nesti e Sofia Vitali stavano consumando la loro consueta guerra di logoramento.
Riccardo era completamente nudo dalla cintola in su. I pantaloni di tela nera slacciati sul bacino mostravano il profilo dei fianchi asciutti e la linea sottile di peli che scendeva verso il basso ventre. Fumava una Nazionale esportazione senza curarsi del divieto o dell'aria soffocante, tenendo il braccio piegato dietro la nuca. Il fumo denso saliva verso le travi, mescolandosi al sudore della stanza. I suoi occhi di ghiaccio, socchiusi, non guardavano la ragazza accanto a lui: fissavano il profilo di Elena sul matrimoniale, studiando la curva dei suoi seni maturi che si sollevavano sotto il lino a ogni finto sospiro.
Sofia era seduta sul bordo del materasso, con le gambe rannicchiate e le braccia strette intorno alle ginocchia. Indossava una canotta nera logora e shorts cortissimi. Aveva gli occhi cerchiati di rosso, lucidi di lacrime trattenute e di rabbia impotente. Fissava Riccardo, poi lanciava occhiate terrorizzate a Sergio, sentendosi giudicata, indecente, una nullità davanti a quel giudice che sembrava un inquisitore di pietra.
«Spegni quella merda, Riki,» sibilò Sofia a fior di labbra, con la voce rotta da un tremito d'isteria. «Non vedi che non si respira? Ci sono signori che vogliono dormire.»
Riccardo aspirò un'altra boccata lenta, facendo brillare la brace arancione nel buio. Sorrise con una malizia crudele, senza voltarsi verso di lei.
«Il signor giudice non sta dormendo, Sofi,» disse Riccardo con voce morbida, roca, calibrata per farsi sentire fin sopra il matrimoniale. «Il giudice ascolta. Guarda come sta dritto. Gli piace l'ordine, a lui.»
Sergio non mosse un muscolo del viso, ma la mascella gli si contrasse con violenza. Una goccia di sudore gli scese dalla guancia fino al colletto della camicia. Non osava guardare il ragazzo: la spavalderia di quel ventisettenne nudo a tre passi da lui, il suo disprezzo per la legge e per la decenza, agivano sui suoi nervi come una frustata, risvegliando un bisogno oscuro, umiliante, di essere insultato, spogliato della sua toga immaginaria e ridotto al silenzio.
Elena, sul letto, aprì gli occhi nella penombra. Incrociò lo sguardo di Riccardo attraverso il fumo della sigaretta. Il ragazzo le fece un cenno lento con il capo, un saluto muto e sfacciato che le fece mancare il respiro e le incendiò il sangue nelle vene.
***
Camera Quattro era un antro di carnalità pesante e sguardi predatori.
Qui l'odore era denso, animale: il muschio e l'olio di cocco di Federico si mescolavano al sandalo regale e all'aroma speziato della pelle di Naomi Diallo.
La donna era seduta a gambe incrociate sul grande letto in ferro, maestosa come un idolo d'ebano. Indossava solo una vestaglia aperta di cotone grezzo, lasciando scoperte le cosce sode e scure e il ventre piatto. I suoi capelli rasati, bianchi come la neve, risaltavano nel buio. Con una lentezza deliberata, Naomi si passava una pezza bagnata sul collo e sul petto, lasciando che le gocce d'acqua scivolassero tra i seni turgidi prima di asciugarsi con l'aria immobile.
I suoi occhi dorati erano incollati sulla branda di destra.
Lì, Federico Riva dormiva — o fingeva di dormire — a pancia in su, completamente nudo eccetto un minuscolo paio di slip bianchi da nuotatore che fasciavano i fianchi e il bacino con un'evidenza brutale. I muscoli pettorali, le braccia scolpite e le cosce dorate del bagnino erano tese, lucide di una pellicola di sudore che catturava i bagliori della luna dalla finestra. Ogni suo muscolo sembrava urlare la propria potenza biologica, un'esibizione rozza e consapevole destinata a quella donna matura che lo fissava dall'alto.
Dall'altra parte della stanza, appoggiato al davanzale con le braccia conserte, Marcus Evans guardava la notte fuori, ma il suo riflesso nel vetro scuro controllava l'interno.
Accanto a lui, seduta sul bordo della sua branda con le ginocchia serrate e i gomiti piantati sulle cosce, Martina Rossetti non riusciva a staccare gli occhi dalla schiena del musicista jazz.
La ragazza si era tolta la maglietta, restando con una canottiera bianca a costine con le spalline sottili che lasciava scoperte le clavicole fragili e le spalle d'avorio. Teneva ancora gli occhiali scuri sul naso: erano il suo scudo, ma anche la sua lente d'ingrandimento. Fissava le mani di Marcus appoggiate alla pietra del davanzale: dita forti, nodose, gli anelli d'argento che brillavano fiocamente.
Marcus si voltò piano. Sentì il peso dello sguardo della studentessa. Senza fare rumore, si avvicinò alla caraffa d'acqua di coccio posata sul tavolo al centro della stanza. Versò un dito d'acqua in un bicchiere sbeccato, poi si voltò verso Martina.
«Hai sete, ragazzina?» sussurrò Marcus. La voce baritonale, profonda come un registro d'organo, sembrò vibrare direttamente nelle viscere di Martina.
La ragazza deglutì a fatica, sentendo la gola secca come sabbia. Si spinse gli occhiali sul naso con un dito tremante. «S... sì. Molta.»
Marcus allungò il braccio, porgendole il bicchiere. Quando Martina allungò le dita per prenderlo, il musicista non mollò subito la presa: lasciò che i polpastrelli ruvidi e caldi della sua mano scura sfiorassero la pelle fredda del polso di lei per un secondo interminabile. Martina trattenne il fiato, sentendo una scossa partire dal braccio e propagarsi lungo tutto il corpo.
Sul letto grande, Naomi lasciò cadere la pezza bagnata sul lenzuolo, emettendo un sospiro roco, mentre Federico, sulla brandina, serrava i pugni sul materasso, con le vene degli avambracci gonfie d'ira e d'eccitazione.
***
In Camera Cinque, il primario Vittorio Aliprandi e sua moglie Luigia avevano imposto un silenzio clinico, ma la follia elettrica di Beatrice Galli rischiava di farlo saltare a ogni istante.
Beatrice non riusciva a stare ferma. In pantaloncini e una maglietta bianca così sottile da lasciar vedere le areole dei seni accaldati, camminava su e giù a piedi nudi tra le due brande e il letto matrimoniale, passandosi continuamente le dita tra i capelli biondo miele sfilacciati. Rideva a intervalli regolari, una risatina strozzata, isterica, asciugandosi il sudore sulla fronte con il dorso della mano.
«Non c'è aria, Matteo. Dico sul serio, qui dentro si muore soffocati,» ripeteva Beatrice a mezza voce, con gli occhi sgranati che cercavano costantemente la figura imponente del primario. «Professore, ma lei che è medico, non dice niente? Non possiamo mica restare chiusi qui dentro come topi in gabbia!»
Vittorio, disteso sul matrimoniale con i pantaloni di lino e la canottiera bianca immacolata, non si scompose. Teneva le mani incrociate sul ventre, fissando il soffitto con l'impassibilità di chi osserva un paziente sotto anestesia parziale. «L'iperventilazione peggiora solo la termoregolazione, signora Galli. Se si sedesse e smettesse di parlare, il suo battito cardiaco tornerebbe a livelli accettabili.»
Al suo fianco, Luigia Borghese sedeva composta con la schiena appoggiata ai cuscini. Indossava una camicia da notte di seta grigia, austera ed elegante. I suoi occhi chiari e taglienti non guardavano Beatrice: stavano studiando Matteo Bernardi.
Il giovane informatico era seduto sul bordo della brandina, con la testa china e i gomiti piantati sulle ginocchia grasse. I suoi calzoni di cotone erano spiegazzati, la polo scura madida sulla schiena massiccia. Fissava il pavimento tra i suoi piedi nudi, sentendosi schiacciato dall'inadeguatezza. La vista della propria moglie che si muoveva seminuda davanti a quell'uomo potente, offrendosi quasi inconsapevolmente al suo sguardo autoritario, lo riempiva di un'angoscia paralizzante e, al tempo stesso, di una vertigine sessuale bruciante.
Luigia colse il respiro corto di Matteo, il modo in cui le dita del ragazzo si aggrappavano alla stoffa dei pantaloni ogni volta che Beatrice sfiorava il letto del primario.
«Suo marito è molto silenzioso, signora Beatrice,» disse Luigia con voce bassa, vellutata e tagliente. «Gli uomini che tacciono in questo modo di solito hanno un mondo interiore molto violento. O molto spaventato. Non trova, Matteo?»
Matteo sollevò il capo di scatto. I suoi grandi occhi azzurri dietro le spesse lenti da vista incrociarono lo sguardo glaciale dell'analista. Il ragazzo arrossì fino alla radice dei capelli, sentendosi vivisezionato, scoperto nella sua debolezza più viscida. Aprì la bocca per balbettare qualcosa, ma gli mancò la voce.
Beatrice scoppiò in un'altra risata nervosa, gettandosi a peso morto sulla spalliera della brandina, a pochi centimetri dai piedi di Vittorio.
***
In Camera Sei il silenzio era una trincea morale.
Da una parte della stanza c'era il letto matrimoniale dove Beppe Marini sedeva rigido come un tronco di quercia abbattuto. L'ex muratore e piccolo impresario teneva i calzoni lunghi di fustagno e una canottiera bianca a costine da vecchio stampo, con le braccia nodose e scure incrociate sul petto villoso. Non guardava avanti. Fissava la parete di tufo, con la mascella quadrata serrata fino a far schioccare i denti.
Accanto a lui, rannicchiata sull'orlo estremo del materasso come se temesse di occupare troppo spazio, c'era sua moglie Annamaria Cerasa. Cinquantanove anni, le mani giunte sul grembo a torturare il bordo della vestaglia di percalle a fiorellini chiusa fino all'ultimo bottone, la donna teneva gli occhi bassi sul pavimento. Il suo respiro era corto, affannato per il caldo e per un terrore che non riusciva a confessare nemmeno a se stessa.
Sulle due brandine dall'altro lato, Emily Franklin e Silvia Neri si muovevano come se quella stanza appartenesse a loro da sempre.
Emily si era tolta la tunica di lino. In piedi vicino al cassettone, indossava solo un pareo scuro legato basso sui fianchi giunonici, lasciando scoperto il torso regale, la pelle bruna segnata da rughe calde e un décolleté fiero, non sostenuto da reggiseno, che sfidava il tempo. Con gesti lenti si massaggiava le spalle con poche gocce d'olio essenziale di gelsomino, riempiendo la stanza di una zaffata dolce, inebriante, quasi stordente per le narici abituate al sapone da bucato di Annamaria.
Silvia, seduta sul materasso a gambe incrociate, era in canottiera grigia corta e mutandine di pizzo nero. Teneva al collo la sua fidata macchina fotografica reflex. Con le dita sottili muoveva la ghiera della messa a fuoco, puntando l'obiettivo verso la finestra, poi verso il pavimento e, infine, senza alcuna vergogna, verso la sagoma rigida di Beppe.
Clic. Lo scatto a vuoto dell'otturatore metallico risuonò come un colpo di pistola nella stanza muta.
Beppe voltò la testa di scatto, le vene del collo gonfie come corde. «La smetti con quel marchingegno, ragazzina? O te lo sbatto giù dalla finestra?»
Silvia abbassò la macchina, mostrando un sorriso sfrontato, umido, tirato sul rossetto fucsia che le accendeva le labbra. «È solo luce, signor Marini. Non morde mica.»
Emily posò la boccetta d'olio con un tocco impercettibile sul marmo del comò. Si voltò lentamente, i suoi occhi felini e profondi si posarono non su Beppe, ma su Annamaria. La cantante jazz avanzò di due passi lenti, scivolando a piedi nudi sul cotto fino ad arrivare a mezzo metro dal bordo del matrimoniale.
«Sua moglie soffre il caldo, signor Marini,» disse Emily con quella sua voce profonda, calda, intrisa di una melassa roca che sembrava avvolgere la stanza. «Ha il collo tutto bagnato. E quella roba accollata la fa soffocare.»
Annamaria sollevò gli occhi, spaventata, incontrando lo sguardo magnetico della donna nera. Vide le sue spalle nude, la pelle bruna e lucida che profumava di fiori sconosciuti, la fierezza di un corpo che non chiedeva perdono a nessuno. Sentì il proprio petto stringersi in un nodo soffocante, un misto di repulsione atavica e di una vertigine carnale mai provata in quarant'anni di matrimonio devoto.
«Sto... sto bene così,» mormorò Annamaria con un filo di voce che tremava.
Beppe si alzò in piedi di scatto, facendo cigolare le assi del solaio, piantando la sua mole massiccia tra la cantante e la moglie. «Lasciatela stare. Abbiamo detto che si dorme e basta.»
Emily lo guardò dal basso verso l'alto senza arretrare di un millimetro, con un sorriso calmo, quasi compassionevole, prima di tornare verso la sua brandina.
***
Fuori, nel corridoio, le candele cominciavano a consumarsi dentro i piattini, lasciando pozze di cera trasparente che colavano sulle fessure del legno.
Un'ombra si mosse nell'oscurità delle scale.
Ugo Baldini camminava senza scarpe, con calzettoni pesanti di lana grezza che attutivano ogni passo sulle assi maestre che lui solo sapeva dove non cigolavano. Procedeva rasentando la parete di sasso, con le mani dietro la schiena e il mazzo di chiavi infilato nella tasca profonda dei pantaloni per non farlo tintinnare.
Si fermava davanti a ogni fessura.
Accostava l'occhio infossato e lucido allo spazio di tre centimetri lasciato dalle porte socchiuse. Guardava le cosce bianche di Katia nella Uno; guardava la canottiera arrotolata di Camilla sul pavimento della Due; ascoltava il silenzio teso di Sergio nella Tre; spiava il petto scuro di Naomi e i muscoli di Federico nella Quattro; registrava i passi isterici di Beatrice nella Cinque e la mole di Beppe contro la cantante nella Sei.
Un ghigno sdentato gli deformava la barba bianca. Sputò un filo di saliva scura contro lo zoccolo del muro. Il casale stava iniziando a bollire, proprio come sapeva lui.
***
In Camera Cinque, Matteo non ce la faceva più.
L'aria era diventata irrespirabile. Il profumo pesante della crema di Luigia, mescolato al sudore nevrotico di Beatrice e al silenzio arrogante del primario, gli stringeva la gola come un cappio di canapa. Gli occhiali gli si appannavano continuamente sul naso. Il cuore gli batteva a un ritmo disordinato contro lo sterno.
Senza dire una parola, approfittando del momento in cui Beatrice si era seduta sfinita sull'angolo della brandina a fissarsi i piedi e Luigia teneva gli occhi chiusi, il ragazzo si alzò. I piedi nudi poggiarono sul cotto freddo. Con movimenti lenti, trattenendo il respiro per non far cigolare la rete, spinse la porta socchiusa quel tanto che bastava per far passare il suo corpo massiccio e scivolò nel corridoio.
L’aria fuori dalla stanza non era più fresca, ma almeno era vuota da quegli sguardi che lo vivisezionavano.
Matteo si appoggiò con la mano sudata alla balaustra di legno della balconata interna. Sentiva il silenzio della casa, rotto solo dal frinire delle cicale all'esterno e da qualche colpo di tosse soffocato proveniente dalla Camera Uno. Si passò il dorso della mano sulla fronte bagnata, cercando di calmare il respiro. Voleva solo scendere al piano terra, raggiungere la cucina di pietra e bere una tazza d'acqua fresca dalla brocca del lavatoio.
Fece due passi verso la rampa di scale, ma si bloccò all'istante, ritraendosi nell'ombra densa del pilastro di castagno.
La porta della Camera Due si era mossa.
Uno spiraglio di luce fioca si era allargato di altri dieci centimetri. Una figura minuta era scivolata fuori con la rapidità e il silenzio di un gatto.
Era Camilla.
La ragazza era completamente scalza. Indossava soltanto la canottiera bianca a costine, corta fino all'ombelico, e gli slip neri che le fasciavano i fianchi stretti. I capelli ramati erano arruffati sulla nuca. Avanzava a testa alta, con una sicurezza sfacciata, senza curarsi minimamente di poter essere vista da qualcuno dietro le altre porte socchiuse.
Matteo rimase immobile, paralizzato nell'oscurità del pianerottolo. Il suo respiro si arrestò del tutto. I suoi occhi azzurri, dilatati dietro le lenti spesse, registrarono ogni millimetro di quel corpo giovane: la curva elastica dei glutei nella penombra, la linea perfetta della colonna vertebrale bagnata di sudore, i capezzoli appuntiti che tendevano la stoffa leggera della canottiera nel fresco relativo delle scale.
Camilla iniziò a scendere i gradini di pietra serena, sfiorando il corrimano con le dita sottili. Non si voltò indietro. Sembrava muoversi guidata da un istinto puramente animale.
Matteo attese qualche secondo, con la bocca spalancata e la saliva azzerata dalla gola. Un impulso viscerale, una spinta voyeuristica incontrollabile che vinceva ogni timidezza o paura del ridicolo, gli mosse i piedi. Si staccò dall'ombra del pilastro e iniziò a scendere le scale a sua volta, un gradino dopo l'altro, tenendosi rasente al muro, gli occhi incollati sulla sagoma bianca che spariva nell'oscurità del piano terra.
***
La cucina dell’agriturismo Il Gelso era un grande vano voltato a botte, con pareti di pietra arenaria a vista e un enorme focolare spento sul lato sinistro, dove pendevano catene di ferro arrugginite e paioli di rame anneriti dal fumo.
La luce della luna piena, alta sopra le colline di Monteleone d'Orvieto, entrava dritta dalla grande finestra priva di scuri, tagliando il pavimento di lastre di pietra con una lama azzurrognola e spettrale. Il resto della stanza era avvolto in un'ombra profonda, rotta solo dal gocciolio metallico, costante, del rubinetto sopra il lavatoio monolitico in pietra serena.
Camilla era lì, in piedi davanti all'acquaio.
Aveva aperto il rubinetto di ferro a manopola. L'acqua della sorgente sotterranea gorgogliava con forza, schizzando sulle lastre scure. La ragazza aveva immerso entrambe le mani nella conca, portandosi l'acqua gelida alla faccia con lunghi respiri affannati, bagnandosi la gola, il collo e lasciando che i rivoli colassero giù lungo la scollatura della canottiera, rendendo il tessuto di cotone completamente trasparente contro la pelle chiara del seno.
Godeva di quel freddo improvviso, emettendo piccoli gemiti di sollievo che risuonavano sotto la volta di pietra.
Non sentì i passi dietro di lei.
Dall'angolo buio vicino alla dispensa, seduto su una panca di legno grezzo dove era rimasto a bere vino al buio per un'ora intera, una sagoma massiccia si alzò lentamente in piedi.
Era Franco Rossi.
L’ex operaio non era rimasto in camera a farsi torturare dalle chiacchiere di Rita o dal silenzio dei due sposini. Era sceso prima del blackout, con un bicchiere spesso e mezzo fiasco di rosso preso dalla credenza. Indossava solo i calzoncini di tela scura, a piedi nudi, con la pancia villosa e le spalle larghe che incombevano nell'ombra.
Avanzò verso il lavatoio con passi pesanti ma lenti, senza alcuna fretta.
Camilla si accorse di lui solo quando il pavimento vibrò sotto il peso dell’uomo. Si voltò di scatto, con l'acqua che le colava dal mento e dalle labbra socchiuse, tirandosi indietro con la schiena contro il bordo bagnato della pietra.
Per un istante i loro occhi si incrociarono nella luce livida della luna.
Franco si fermò a un palmo da lei. Non disse nulla. Il suo respiro sapeva di vino rosso forte, tabacco vecchio e della notte d'estate. La sua testa calva rifletteva il bagliore argentato della finestra. I suoi occhi piccoli, bordati di rughe spesse, scesero senza alcuna esitazione sulla canottiera bagnata di Camilla, fermandosi sulla trasparenza totale della stoffa che rivelava le areole scure e i capezzoli turgidi per il freddo dell'acqua sorgiva.
Camilla non si coprì. Non abbassò le braccia per nascondersi. Il suo sorriso impertinente, sfrontato, ricomparve sulle labbra bagnate, mostrando i denti piccoli e irregolari.
«Cercavi da bere anche tu, vecchio?» sussurrò la ragazza, con una voce che non tremava, vibrante di una sfida pura.
Franco allungò un braccio nodoso, enorme rispetto al corpo minuto di lei. La mano callosa, con l'unghia del pollice spaccata da un vecchio incidente sul tornio, si posò sulla manopola di ferro del rubinetto, chiudendo il getto d'acqua con una torsione secca.
Il silenzio tornò all'istante, rotto solo dal gocciolio residuo.
L'avambraccio villoso e muscoloso di Franco, teso dallo sforzo, sfiorò intenzionalmente il fianco nudo di Camilla. La pelle liscia, elastica e gelida della ragazza toccò i peli ispidi e il calore bruciante del braccio dell'uomo maturo. Fu un contatto di una frazione di secondo, ma violento come una scossa elettrica.
Camilla trattenne il respiro. I suoi occhi scuri si dilatarono. Sentì l'odore pesante della virilità operaia di Franco investirle la faccia, sentì la potenza bruta di quel corpo sessantenne che avrebbe potuto spezzarla a metà e che invece si tratteneva a pochi centimetri da lei, dominandola con la sola presenza fisica.
Franco abbassò il viso verso di lei. La sua voce arrivò come un grugnito rauco, a pochi millimetri dal suo orecchio.
«Se vai in giro vestita così, ragazzina, al mattino dopo non ci arrivi viva quassù.»
Camilla deglutì a fatica, ma non arretrò. Il suo petto nudo e bagnato si sollevò, sfiorando quasi la canottiera scura dell'uomo. «E chi me lo impedisce? Tu?»
Franco emise una risata bassa, gutturale, che gli scosse le costole. La sua mano destra si sollevò dal lavatoio e, con una lentezza calcolata, il dorso ruvido delle sue dita callose sfiorò la curva umida della spalla di Camilla, scendendo lungo la clavicola fino a fermarsi a un millimetro dal bordo della canottiera bagnata.
La ragazza ebbe un sussulto visibile, le pupille nere che divoravano la faccia scavata dell'operaio. C'era una fame antica in quello sfioramento, una lussuria proletaria e senza fronzoli che demoliva in un colpo solo tutte le teorie sull'arte e la filosofia che Valerio le ripeteva ogni giorno.
«Io sono vecchio, ragazza,» mormorò Franco, ritraendo la mano con calma e prendendo il suo bicchiere dal bordo del lavello. «Ma le mani mi funzionano ancora meglio di quelle dei tuoi compagni di scuola. Ricordatelo stanotte quando non riesci a dormire.»
Fece un passo indietro, girò sui talloni nudi e si allontanò verso la porta che dava sulla corte interna, scomparendo nell'ombra del porticato con il bicchiere in mano.
Camilla rimase appoggiata alla pietra serena del lavatoio, con le ginocchia tremanti. Si portò una mano bagnata sul punto esatto della spalla dove le dita di Franco l'avevano toccata, sentendo la pelle ancora infiammata da quel contatto ruvido.
***
Nascosto dietro lo stipite della porta del salone, accovacciato nel buio più fitto a meno di quattro metri dal lavatoio, Matteo aveva visto tutto.
Il ragazzo teneva la schiena premuta contro il muro di sasso, con le ginocchia tremanti e le dita affondate nella stoffa dei suoi pantaloni larghi. Non respirava da due minuti. Attraverso le lenti rese opache dall’umidità della notte, aveva registrato ogni fotogramma di quella scena: la trasparenza della canottiera bagnata sul seno di Camilla, l'imponenza rozza di Franco, il contatto tra la pelle giovane di lei e le braccia villose dell'operaio, le parole sussurrate a fior di labbra nel buio della cucina.
Un calore violento, devastante, gli pulsava nel basso ventre. Il suo cuore martellava contro la gola con una forza tale che temeva potesse rimbombare nella volta di pietra. Era paralizzato dal terrore di essere scoperto, divorato dal senso di colpa per essere una spia miserabile, ma l'eccitazione che gli incendiava il cervello era la più potente che avesse mai provato in tutta la sua vita.
Vide Camilla staccarsi lentamente dal lavello e incamminarsi verso le scale per risalire al primo piano, muovendosi come se stesse camminando nell'acqua alta, con lo sguardo perso nel vuoto.
Solo quando il fruscio dei passi leggeri della ragazza svanì sui gradini di pietra serena, Matteo si lasciò scivolare a terra, sedendosi sul pavimento di lastre gelide con la schiena contro il muro, ansimando nel buio, mentre le colline umbre fuori continuavano a bruciare nella notte immobile di luglio.
* * *
Il sole delle nove del mattino batteva già come una piastra di ferro rovente sulla facciata del casale Il Gelso. La calura notturna, invece di disperdersi, sembrava essersi condensata in una cappa salmastra e calcinosa, resa ancora più greve dall'odore di polvere asciutta, erba ingiallita e dalla canapa bagnata dei materassi che qualcuno aveva sporto sui davanzali per fargli prendere aria.
Dopo la notte del blackout, le porte delle sei camere si erano aperte una dopo l’altra con scatti metallici e scricchiolii sordi. Nessuno si era guardato davvero negli occhi nel corridoio. L’acqua nei due bagni in comune scendeva ormai dai rubinetti con un sibilo fioco, a getti irregolari e marroncini, trascinando dal serbatoio dell'acqua piovana il fondo limoso della cisterna. La convivenza forzata tra le mura spesse stava già soffocando ogni residuo di buona educazione: l'odore del caffè d'orzo rancido riscaldato su un fornello a gas da campo al piano terra aveva il sapore amaro dell'assedio.
L'unica salvezza, per spezzare l'asfissia del casale prima che le tensioni esplodessero a vuoto, era la discesa verso valle: raggiungere a piedi Monteleone d'Orvieto.
La mulattiera rurale che collegava il poggio del Gelso al paese era una striscia sconnessa di ciottoli bianchi e tufo sbriciolato, fiancheggiata da ginestre bruciate dal sole e calanchi argillosi dove la terra si apriva in crepe profonde. Gli ospiti avevano iniziato a scendere alla rinfusa, divisi in capannelli slabbrati, scivolando sulla breccia con le suole lisce dei mocassini da città o i sandali leggeri.
Il borgo appariva arroccato sul crinale come una fortezza di pietra grigia e mattoni cotti, sospeso sopra la vallata del Chiani. Dalla piazza principale, incanalata tra i vicoli stretti, saliva già un brusio denso: il rimbombo metallico di un altoparlante montato su un palo della luce che gracchiava canzoni popolari e marcette di banda, lo scoppiettio sordo dei motorini degli adolescenti, il profumo dolce di vaniglia, strutto e lievito che usciva dal Panificio-Pasticceria Mantovani e quello più acre, pesante, di porchetta arrostita e cipolle fritte che proveniva dai banchi della fiera.
Era il giorno della Fiera del Solstizio. Il paese, isolato a valle dalla stessa frana ma abituato alla propria autosufficienza contadina, viveva la ricorrenza con un'elettricità sfacciata e pagana, amplificata dall'arrivo improvviso di quella comitiva di forestieri intrappolati in cima alla collina.
***
Davanti alla Trattoria-Bar "Da Goliardo", sotto il pergolato di vite americana che gettava a terra un reticolo d'ombra calda e tremolante, i tavolini di ferro battuto erano quasi tutti occupati. Le tovaglie di carta a quadretti rossi erano macchiate di vino e unte d'olio.
Al centro del locale, dietro la cassa di legno massiccio scrostata dagli anni, Emma Liguori manovrava il cassetto metallico dei soldi con gesti nervosi e scattanti. I suoi occhi enormi, ingranditi a dismisura dalle spesse lenti da vista cerchiate di plastica nera, saettavano continuamente oltre la vetrata. La bocca, dipinta di un rosso rubino lucido e debordante, era serrata in una piega d'ansia febbrile. La camicetta estiva di cotone leggero, sbottonata quel tanto che bastava per mostrare l'inizio del solco profondo del seno madido di sudore, le aderiva alla schiena a ogni respiro.
Accanto a lei, con le braccia conserte appoggiate al bancone di zinco e una canovaccia bisunta infilata nella cintola dei pantaloni da lavoro, Goliardo Spini osservava i nuovi arrivati con un ghigno sornione impresso sulla faccia tonda e lucida come una forma di pecorino. I suoi occhietti porcini, infossati tra le rughe contadine, registravano ogni passo, ogni capo di vestiario firmato, ogni lembo di carne scoperta delle donne di città che invadevano il suo cortile.
«Guarda che roba, Emma,» mormorò Goliardo a mezza voce, sputacchiando una briciola di tabacco dalle labbra carnose. «Questi del Gelso c'hanno la faccia de chi stanotte nun ha chiuso occhio pe' niente. Guarda la biondina con la gonna corta... cammina come se avesse ancora le formiche sotto le mutande.»
Emma gli lanciò un'occhiata tagliente attraverso le lenti spesse, aggiustandosi il colletto della camicia con dita cariche di anelli di finto oro. «Pensa a versà il bianco nelle caraffe, Goliardo, che oggi c'è da fa' l'incasso dell'anno. E dì a quella mezza calzetta d'Amos de sbrigasse a portà i bicchieri fori, che i signori hanno sete.»
A uno dei tavolini esterni più appartati, all'angolo tra il pergolato e il vicolo cieco lastricato di selci, sedeva Elena Moretti.
La cinquantasettenne ex insegnante bolognese aveva cercato disperatamente di salvare le apparenze: indossava un abito scamiciato di lino color corda, impeccabile nel taglio ma segnato da due pieghe ostinate all'altezza del bacino, e teneva i capelli castani raccolti sulla nuca con una pinza di tartaruga. Aveva lasciato il marito Sergio alla stazione dei Carabinieri, impegnato in un'inutile e pomposa conferenza con il maresciallo Santoro sulla priorità dei soccorsi dell'ANAS. Elena voleva solo un'ombra e un bicchiere d'acqua minerale fresca.
Invece, seduto di fronte a lei, sullo stesso cigolante tavolino di ferro, c'era Riccardo Nesti.
Il ventisettenne PR fiorentino non le aveva chiesto il permesso di sedersi: aveva semplicemente scostato la sedia arrugginita con la punta della scarpa da ginnastica impolverata, appoggiando sul ripiano di metallo un pacchetto schiacciato di Marlboro rosse, un accendino di plastica e un mezzo litro di bianco sfuso in una caraffa di vetro verde che trasudava condensa.
Riccardo indossava una camicia scura di viscosa a maniche corte completamente aperta sul petto, lasciando scoperte le costole magre, la pelle ambrata e la catenina d'oro che gli pendeva fino allo sterno. I suoi occhi azzurro chiaro, affilati e sfacciati, fissavano Elena attraverso il fumo della prima boccata, senza il minimo accenno di deferenza generazionale.
«La signora professoressa non beve?» esordì Riccardo con un tono roco, morbido, intriso di quella cadenza toscana trascinata che sembrava una carezza insolente. Allungò la mano verso la caraffa, versando il vino bianco nel bicchiere sbeccato di Elena fino a farlo traboccare di una goccia sul piano di latta. «Questo è Trebbiano dei colli. È acido come il veleno, ma almeno lava via la polvere della notte.»
Elena ritrasse impercettibilmente le dita dal bordo del tavolo, sentendo il calore salire d'improvviso lungo le clavicole. «Preferisco aspettare l'acqua, grazie. E non sono abituata a bere alcolici a quest'ora del mattino.»
Riccardo accennò un sorriso asimmetrico, scoprendo denti piccoli e bianchissimi. Si sporse in avanti, appoggiando i gomiti nudi sul tavolo. La distanza tra i loro volti si ridusse a meno di quaranta centimetri: Elena fu investita dall'odore pungente del tabacco biondo, della gomma da masticare alla menta e del calore virile, fresco e prepotente, che emanava dai pori di quel ragazzo.
«E a cosa è abituata, Elena?» chiese lui, lasciando cadere il "lei" con una naturalezza disarmante, pronunciando il suo nome di battesimo con una lentezza masticata. «A stare zitta a guardare il soffitto mentre il signor magistrato fa finta di dormire con la camicia abbottonata fin sotto il pomo d'Adamo?»
La donna sobbalzò. Il sangue le pulsò con violenza nelle tempie. «Lei è un insolente. Non le permetto di parlare di mio marito o della nostra intimità.»
«Quale intimità?» ribatté Riccardo a fior di labbra, senza arretrare di un millimetro, i suoi occhi di ghiaccio che scendevano con una calma chirurgica lungo lo scollo a V del lino corda, soffermandosi sul petto maturo di lei che si sollevava a scatti disordinati. «Stanotte in quella camera non respirava nessuno. Sentivo il suo cuore battere da tre metri di distanza, Elena. Lei stava sveglia a fissare il buio. E guardava me che fumavo.»
Elena aprì la bocca per zittirlo, per alzarsi e andarsene con la dignità della sua classe, ma le gambe le rimasero pesanti come piombo sotto il tavolino. C'era qualcosa di intossicante nella brutalità con cui quel giovane maschio mandava in frantumi trent'anni di perbenismo borghese, qualcosa che le faceva formicolare la pelle dell'interno coscia sotto la gonna stretta.
«Tu leggi troppi romanzi, ragazzo,» sussurrò lei, con un filo di voce che tradiva un tremito umido e roco, incapace di sostenere ancora il "lei".
«Non leggo un cazzo da quando ho fatto la maturità,» replicò Riccardo con un ghigno sfrontato, portandosi il bicchiere alle labbra e bevendo d'un fiato, lasciando che una goccia dorata gli scivolasse lungo il mento per poi perdersi tra i peli radi del petto. «Io guardo la gente. E tu, Elena, hai la faccia di una che ha una fame nera da vent'anni e non ha mai avuto il coraggio di rubare nemmeno una mela.»
Dalla porta della trattoria uscì Adele Fracci, la cameriera orfana diciannovenne, stringendo al petto un vassoio di alluminio con due bottiglie d'acqua minerale gassata. La ragazza camminava a testa bassa, con le guance infiammate dalla calura dei fornelli e i grandi occhi azzurro-grigi velati di un pudore doloroso. Passando accanto al tavolo di Riccardo, il suo braccio nudo sfiorò la spalla del ragazzo. Si bloccò per una frazione di secondo, mormorando una scusa incomprensibile prima di fuggire verso l'interno, mentre lo sguardo di Riccardo la seguiva per un attimo con la pigrizia di un gatto, per poi tornare a piantarsi implacabile negli occhi turbati di Elena.
***
A cinquanta metri dalla terrazza della trattoria, l'atmosfera della fiera si faceva più fitta e polverosa lungo l'imbocco di Via delle Mura, una stradina in discesa lastricata di ciottoli che costeggiava le vecchie fortificazioni medievali.
Lì, all'ombra di un fico selvatico cresciuto tra i blocchi di pietra spungone, sostava un ciclomotore Piaggio Bravo verde muschio, con la vernice scrostata sul serbatoio e la marmitta a espansione arrugginita. Appoggiato con una natica sulla sella di finta pelle nera c'era Amos Adani.
Il venticinquenne barista del locale aveva approfittato della confusione delle consegne per mollare il grembiule. Indossava una camicia scura di viscosa sbottonata fino all'ombelico, i cui lembi svolazzavano con la brezza calda rivelando un torso asciutto, privo di grasso, con le costole segnate e la pelle diafana. I capelli biondo-ramati, mossi e lunghi fin sul collo, gli ricadevano sulla fronte in ciocche sudate. Con una mano teneva il manubrio, con l'altra stringeva una sigaretta MS mezza consumata.
Davanti a lui, con la borsa di tela a tracolla e gli occhiali da vista scuri che le scivolavano sulla punta del naso lucido d'afa, c'era Martina Rossetti.
La studentessa di farmacia era scesa al paese con Federico, ma lo aveva seminato non appena il ragazzo si era fermato a discutere animatamente di motori e cantieri con due muratori locali. Martina cercava una farmacia o una drogheria per comprare del talco e dell'aspirina; aveva invece trovato lo sguardo gelido e predatore di Amos piantato addosso fin dal momento in cui aveva imboccato il vicolo.
«La farmacia oggi è chiusa, occhialina,» disse Amos con una voce metallica, priva di calore, lasciando uscire il fumo dal naso con due getti sottili. «Il dottor Corradi a mezzogiorno sta già a magnà la porchetta e a beve con gli assessori. Se ti serve qualcosa, ce l'ho io al bar.»
Martina si spinse gli occhiali sul naso con l'indice, un gesto difensivo automatico. Indossava un paio di pantaloncini di tela bianca molto corti, che fasciavano i fianchi tondi lasciando scoperte le gambe lunghe e candide, e una maglietta a righe sottili che il sudore della discesa aveva reso aderente sul seno minuto.
«Non mi serve niente dal bar,» rispose lei, tentando di mantenere un tono sostenuto, da ragazza di città abituata a gestire i clienti della libreria. «Cercavo solo un po' d'ombra. Lassù al casale non si respira.»
Amos emise un colpo di tosse secca, spegnendo la sigaretta contro la suola del suo stivaletto di cuoio consumato prima di gettare il mozzicone tra le ortiche. I suoi occhi azzurro-ghiaccio percorsero le gambe di Martina con una lentezza insolente, senza alcuna cura di nascondere la propria perversione.
«Al casale da Ugo ce stanno solo vecchi bavosi e puzza de chiuso,» disse Amos, scalciando sulla pedivella d'avviamento del ciclomotore. Il motore a due tempi si accese con uno scoppiettio stridulo, metallico, sputando una nuvoletta azzurrognola di fumo d'olio bruciato che avvolse i loro stinchi. «Monta su. Ti porto a vedere il Belvedere del Fosso. C'è l'aria che sale dai boschi di leccio e non c'è anima viva prima delle tre.»
Martina esitò. Il buon senso analitico, la prudenza borghese e l'educazione le imponevano di voltarsi e tornare verso la piazza affollata. Ma il ricordo della notte appena trascorsa — il calore umido della Camera Quattro, la voce cavernosa di Marcus Evans che le offriva l'acqua, il corpo nudo e sudato di Federico che sembrava reclamarla come una proprietà terriera — le aveva lasciato addosso una ribellione sorda, febbrile, un bisogno viscerale di profanare quell'immagine di brava ragazza che tutti le avevano cucito addosso.
«È lontano?» chiese, con la voce che le si incrinò su una nota acuta.
Amos piegò la testa di lato, con un ghigno che gli affilò i lineamenti androgini. Batté il palmo della mano sulla parte posteriore della sella impolverata. «Cinque minuti. Se hai paura de sporcarti i pantaloncini, lascia perde.»
Martina serrò la mascella. Con un movimento rapido, scavalcò il telaio di ferro del ciclomotore, sedendosi sul sellino posteriore a gambe divaricate. La stoffa sottile dei suoi shorts entrò a contatto diretto con il vinile rovente della sella. Per non perdere l'equilibrio quando Amos accelerò bruscamente con un colpo di gas secco, la ragazza fu costretta ad allungare le braccia e ad afferrare i fianchi asciutti del barista, appiccicando il petto contro la schiena bagnata di sudore di lui.
Il motorino scattò in avanti lungo la discesa lastricata, rimbalzando sui sassi sconnessi e infilandosi a tutta velocità sotto l'arco buio della porta medievale, sparendo tra la polvere bianca della strada panoramica.
***
Sulla terrazza della trattoria, appoggiato con i gomiti alla ringhiera di ferro battuto che dominava l'imbocco di Via delle Mura, Federico Riva aveva visto tutto.
Il bagnino teneva una bottiglia di birra Peroni ghiacciata, con l'etichetta di carta mezza strappata dalle dita unte. Indossava la canottiera nera a costine scollatissima che gli lasciava scoperti i pettorali gonfi e le spalle larghe, dorate dal cloro e dal sole della Romagna. La sua mascella quadrata si contrasse con una violenza tale che i muscoli del collo gli si tesero come cavi d'acciaio.
I suoi occhi piccoli e chiari rimasero incollati sul punto esatto della curva dove il Bravo verde muschio era scomparso, portandosi via la sagoma minuta di Martina, le sue gambe bianche spalancate sulla sella e le sue mani aggrappate alla vita di quel montanaro impomatato.
«Cristo Santo...» ringhiò Federico tra i denti, con voce soffocata da una furia sorda, primitiva, che gli bruciava nello stomaco. Con una torsione rabbiosa della mano, strinse la bottiglia di vetro fino a far sbiancare le nocche. «Quella stupida ragazzina... adesso scendo giù e gli spacco la faccia a tutti e due.»
Fece per muovere un passo pesante verso le scalette della terrazza, ma una risata roca, gutturale e carica di dialetto umbro lo bloccò all'istante.
«Calma, biondo. Che con 'sto caldo se te scaldi troppo te scoppia 'na vena prima d'arrivà a valle.»
Seduti su un muretto di tufo all'ombra di un fico, con le fiaschette di vino rosso tra le cosce e i pantaloni da lavoro ancora imbrattati di polvere bianca e calce, c'erano Carmine "Cencio" Bruno e Rocco "Roccia" Icardi.
Carmine, con la sua barba rossiccia brizzolata e gli occhi piccoli e sornioni circondati da zampe di gallina, si stava ripulendo le unghie scure con la punta di una lama a serramanico. Rocco, trentadue anni, la carnagione scura da muratore e una canottiera bianca con vistosi aloni gialli che faticava a contenere bicipiti spessi come tronchi, squadrava Federico da capo a piedi con un ghigno apertamente provocatorio, tenendo una MS accesa tra le labbra carnose.
«Che cazzo avete da ridere voi due?» sbottò Federico, voltandosi verso di loro a petto in fuori, cercando di far pesare tutta la sua imponenza fisica da istruttore di nuoto. «Fatevi i cazzi vostri prima che vi faccia ingoiare quei fiaschi.»
Rocco non si scompose minimamente. Mandò giù un lungo sorso di vino scuro direttamente dalla fiaschetta, lasciando che un filo rosso gli colasse tra i peli del petto prima di asciugarselo con il dorso dell'avambraccio muscoloso. Guardò il bagnino dal basso verso l'alto, con la sicurezza brutale di chi in quelle gole ci era nato e ci spaccava le pietre da quindici anni.
«Noi ridemo perché i cittadini so' tutti uguali,» disse Rocco con voce profonda, cavernosa, intrisa di una sfrontatezza rozza che non ammetteva repliche. «Venite quassù colle macchine lucide, vi pavoneggiate coi muscoletti da spiaggia, e poi basta un ragazzetto col Bravo scassato pe' portarve via le donne sotto il naso.»
Carmine emise un fischio basso tra i denti marci, chiudendo il serramanico con un colpo secco sul ginocchio. «Lascialo perde, Roccia. Il giovanotto non sa che Amos le curve del fosso le conosce a memoria. Sa pure dove fermasse senza che nessuno senta i sospiri. Quella studentessa tua coi vetri agli occhi... c'ha l'aria de una che c'aveva proprio bisogno d'un passaggio fatto bene.»
Federico avanzò di due passi, i pugni serrati lungo i fianchi, il respiro corto per l’ira e l’umiliazione. Sentiva su di sé gli sguardi degli avventori della trattoria, sentiva lo sguardo sornione di Goliardo dal bancone e il silenzio teso dei clienti locali che aspettavano solo una scintilla per far scoppiare una rissa di paese.
Ma prima che potesse muovere un braccio, la voce squillante e teatrale di Debora Conti, comparsa all'improvviso sulla soglia del vicino panificio Mantovani con un grembiule bianco infarinato stretto intorno alla vita e un vassoio di pizza bianca appena sfornata, squarciò l'aria pesante del vicolo:
«Oh, muratori! La piantate de fa' i galli sulla monnezza che me fate scappà i clienti? Se volete menavve, annate giù al torrente che l'acqua è bassa e ce se bagna solo le scarpe!»
La risata sguaiata dei vecchi seduti all'ombra sommerse la rabbia di Federico, lasciandolo immobile sotto il sole accecante del mezzogiorno, con la birra tiepida che gli colava tra le dita e la consapevolezza amara che le regole del casale e della città, tra quelle mura di tufo, non valevano più un soldo bucato.
Chapter 2
Il motore a due tempi del Bravo si spense con un sussulto metallico, tossendo un ultimo sbuffo d'olio bruciato prima di cedere al silenzio della gola. Il calore del carter arrugginito e del tubo di scappamento si unì all'aria immobile del crinale, dove le fronde rade dei lecci secolari non filtravano la luce ma la scomponevano in lame accecanti sul…

