ECHÉRA

ECHÉRA

Un ciclo millenario di anime spezzate, memorie sepolte e il prezzo dell'oblio eterno

by Kate Baldwin

47 chaptersit

Dieci anni dopo la scomparsa di sua moglie Helen, il professor Thomas Blackwood viene risucchiato in un incubo che sfida ogni legge scientifica. Sophia, una bambina di dodici anni ricoverata a Roma in stato di coma irreversibile, pronuncia parole in idiomi estinti. Conosce i segreti più intimi di Helen. E reclama un debito antico di tremila anni. Guidato da undici taccuini lasciati dalla moglie e da sei ricevute di deposito disseminate tra Samarcanda, Vienna e Reykjavík, Thomas si unisce alla madre della bambina, a un restauratore tormentato da visioni e a un musicoterapeuta. Insieme ripercorrono le tracce di un patto siglato nel 1200 avanti Cristo: la condanna di due anime a rinascere, amarsi e distruggersi, consumando ogni volta la vita di un giovane conduttore innocente. Per spezzare la catena e salvare Sophia, non basta svelare il mistero. Serve un testimone estraneo pronto a compiere il sacrificio definitivo: cancellare la propria esistenza dalla memoria dell'intero universo, svanendo per sempre nel silenzio dell'oblio. ECHÉRA è un viaggio struggente tra mito, dolore e redenzione, dove l'amore più puro richiede di essere dimenticato.

  • Fantasy
  • Mystery
  • Literary Fiction
  • Dark Fantasy
  • Mythological
  • Historical Mystery

Il numero che non esiste

PARTE PRIMA — LA BAMBINA CHE RICORDA

Il telefono squillò alle tre e ventisette del mattino, e Thomas Blackwood era già sveglio.

Lo era da un'ora e mezza, come quasi tutte le notti da dieci anni: disteso sul lato sinistro del letto, immobile, con lo sguardo appoggiato al soffitto dove i fari delle auto di via Merulana disegnavano lame di luce che scivolavano da una parete all'altra. Non dormiva dalla sua parte. Non ci aveva mai più provato. Il materasso dal lato di Helen si era assestato negli anni fino a diventare piatto e duro come una lastra, e lui aveva imparato a considerarlo un confine, non un vuoto.

Il telefono squillò una seconda volta. Una terza.

Thomas allungò il braccio verso il comodino, e nel farlo urtò con il dorso della mano la cornice della fotografia. La raddrizzò prima ancora di guardare il display. Era un gesto così antico da non richiedere più coscienza: Helen sulla soglia della tenda a Micene, il cappello di paglia storto, una mano alzata a schermare il sole, l'altra sporca di terra fino al polso. Rideva di qualcosa che era rimasto fuori dall'inquadratura.

«Pronto.»

«Professor Blackwood?» Una voce di donna. Controllata, precisa, e incrinata da qualche parte sotto la superficie, come vetro che tiene ma ha già la crepa. «Mi scusi per l'ora. Sono la dottoressa Luisa Sartori.»

Thomas si mise seduto. Il pavimento era freddo sotto i piedi nudi.

«Le do il buongiorno alle tre e mezza del mattino, dottoressa, o passiamo direttamente al motivo?»

«Dirigo l'Istituto Sartori per lo Studio della Memoria. Al Nomentano.» Una pausa. Il respiro si fece più corto. «E sono la madre di una bambina di dodici anni che da tre settimane ripete il nome di sua moglie.»

Il freddo del pavimento risalì. Thomas si accorse di aver smesso di respirare, e riprese, deliberatamente, come si riprende un'abitudine interrotta.

«Mia moglie è morta dieci anni fa.»

«Lo so. Helen Blackwood. Archeologa. Specializzata in siti cultuali pre-ellenici della Laconia. Autrice di ventidue pubblicazioni, l'ultima delle quali stroncata da tutti i suoi colleghi.» Il tono era quello di chi ha fatto i compiti e non se ne scusa. «Morta il ventisei ottobre duemilaquindici in un incidente stradale sulla provinciale tra Sparta e Gýtheio, di ritorno da un sito che nella letteratura non compare con nessun nome ufficiale.»

Thomas si alzò. Camminò verso la finestra con il telefono premuto all'orecchio, e Roma gli si aprì davanti sotto una nebbia bassa e giallastra che trasformava i lampioni in cose annegate.

«Queste informazioni sono pubbliche», disse. «Almeno metà.»

«E l'altra metà?»

«L'altra metà me la dica lei.»

«Mia figlia le descrive.» La voce di Luisa Sartori tenne, ma cambiò di consistenza, si fece più sottile. «Le descrive in greco antico. Le ha descritte in una lingua che tre consulenti diversi hanno identificato come aramaico galilaico. Ha scritto il suo indirizzo su un foglio di quaderno a righe, professore. Via Merulana. Il numero civico. Il piano. Ha scritto il nome della strada di Bristol dove sua moglie abitava da bambina, e le assicuro che non è un'informazione che si trova su internet, perché ho passato due notti a cercarla e non c'è.»

Thomas appoggiò la fronte al vetro. Era gelato e gli fece bene.

«Quanti anni ha detto che ha?»

«Dodici. Si chiama Sophia.» Un respiro tremulo, subito domato. «È in coma farmacologico da cinque giorni. Prima di entrarci ha detto una frase che ho trascritto testualmente perché non l'ho capita e non la capisco ancora. Ha detto: Helen sa dove trovarlo. Chiedete a suo marito, lui non ha ancora aperto la scatola.»

Il silenzio durò abbastanza a lungo perché Thomas sentisse il proprio battito nell'orecchio appoggiato al telefono.

Perché la scatola esisteva.

Era in fondo all'armadio dello studio, sotto tre scatoloni di estratti accademici, e Thomas non l'aveva aperta in dieci anni. Gliel'aveva riportata dalla Grecia un funzionario del consolato, insieme a una valigia e a un paio di occhiali con una lente scheggiata. Conteneva i taccuini di Helen. Lui aveva firmato il modulo, aveva detto grazie, l'aveva messa nell'armadio e aveva chiuso l'anta.

«Professore? È ancora in linea?»

«Cosa vuole da me.»

«Che venga a vedere una cosa che non dovrebbe esistere.» Luisa Sartori parlò più in fretta ora, come se avesse paura che lui riattaccasse. «E che mi aiuti a capire perché mia figlia sta morendo mentre pronuncia il nome di sua moglie. Non ho altri posti dove andare. Sono una neuroscienziata, professore. Ho passato tre settimane a spiegare mia figlia con la letteratura scientifica, e le giuro che la letteratura scientifica non basta più.»

Thomas guardò la propria faccia nel riflesso del vetro. Cinquantotto anni. I capelli che Helen non aveva fatto in tempo a vedere diventare grigi. Il solco tra le sopracciglia che negli ultimi anni era diventato una cosa permanente, un'espressione fissata dall'uso.

«Dove.»

* * *

L'Istituto Sartori occupava un palazzo di fine Ottocento in una traversa di viale Regina Margherita, dietro un cancello che si apriva senza rumore. La facciata era quella che ci si aspetta da quella zona di Roma — bugnato, cornici in travertino, due putti di marmo consumati che reggevano un balcone — ma il portone d'ingresso era di acciaio e vetro stratificato, e sul montante c'era un lettore biometrico incassato nel modanato con una discrezione che a Thomas parve, per qualche ragione, sinistra.

Luisa Sartori lo aspettava nel parcheggio interrato. Poteva avere quarant'anni. Capelli castani raccolti alla svelta, camice sopra una maglia di lana, e occhiaie che non venivano da una notte sola: venivano da settimane. Aveva la postura di chi ha imparato a reggere pesi senza chiedere aiuto, e gli occhi scuri e attenti di chi sta già misurando l'interlocutore.

«Grazie per essere venuto.»

«Non dormivo comunque.»

«Neanch'io.» Gli tese la mano. La stretta era ferma e fredda. «Le devo dire una cosa prima di scendere. Ho registrato tutto quello che mia figlia ha detto e fatto nelle ultime tre settimane. Sedici ore di video, quattrocento pagine di trascrizione, undici referti. L'ho documentata come si documenta un caso.» Si voltò verso l'ascensore. «Se ne sta chiedendo che razza di madre faccia una cosa del genere, se lo chieda pure. Me lo chiedo anch'io da tre settimane.»

L'ascensore scese senza rumore. Thomas notò che la pulsantiera arrivava fino a meno tre.

«Sophia», disse. «In greco, saggezza.»

«Lo so. Adesso mi sembra uno scherzo di cattivo gusto.» Luisa fissava le porte chiuse. «Era una bambina normale, professore. Gelato al pistacchio, non alla fragola, se qualcuno le chiedesse. Cartoni animati il sabato. Compiti di matematica fatti male e all'ultimo momento.» Si fermò. «Era. Sente? L'ho detto di nuovo.»

Le porte si aprirono al livello meno tre su un corridoio bianco che odorava di ozono e di qualcosa sotto, più sottile, un odore minerale e freddo come di grotta.

Prima di poggiare la mano sulla maniglia dell'ultima porta, Luisa si fermò.

«C'è una cosa che le dirà il nostro tecnico, e preferisco dirgliela io», disse. «Qui sotto gli orologi ritardano.»

«Prego?»

«Tutti. Quelli a parete, quelli dei monitor, quelli dei telefoni quando entrano nel raggio della camera. Undici secondi al giorno, misurati. Undici virgola due, per essere precisi.» Lo guardò. «Abbiamo escluso l'interferenza elettromagnetica, l'errore di sincronizzazione, il guasto sistemico. Ho fatto portare un orologio meccanico a carica manuale, di quelli che non hanno un circuito dentro. Ritarda anche quello.» Abbassò la maniglia. «Le dico questo perché voglio che sappia, prima di entrare, che io non le sto chiedendo di credere a niente. Le sto chiedendo di guardare una misura.»

Aprì la porta.

* * *

La camera era grande quanto una piccola chiesa e il soffitto era basso, e quella sproporzione produceva subito un senso di compressione, come se lo spazio stesse spingendo verso il basso. Le pareti erano rivestite di pannelli fonoassorbenti color osso. Non c'erano finestre. Al centro, dentro un anello di monitor e pompe e cavi ordinati con una precisione quasi devota, si alzava un cilindro di vetro alto tre metri.

Dentro il cilindro c'era un liquido di un azzurro pallido, quasi bianco, e dentro il liquido c'era una bambina.

Galleggiava con le braccia leggermente aperte, i capelli scuri che si muovevano piano in una corrente che Thomas non riusciva a vedere. Aveva una cannula nell'incavo del gomito e due elettrodi alle tempie e una maschera trasparente che le copriva naso e bocca. Era piccola. Fu quella la cosa che lo colpì, prima ancora dell'assurdità della scena: era piccolissima per la quantità di macchine che ci volevano a tenerla in vita.

«Ventilazione liquida totale», disse Luisa, e la sua voce prese la cadenza professionale come si prende una corda per non cadere. «Perfluorocarburo ossigenato. Riduce lo stress meccanico sul parenchima polmonare e abbassa il metabolismo basale di circa il quaranta per cento. Non è una terapia, è una dilazione. Le sto comprando giorni, professore, non guarigione.»

«Che cos'ha?»

«Non lo so.» Lo disse senza inflessione, e proprio per questo fu terribile. «I suoi organi stanno cedendo uno alla volta, in una sequenza che non corrisponde a nessuna patologia conosciuta. Fegato, poi rene destro, poi la funzione cardiaca. Nessun marcatore infiammatorio. Nessuna infezione. Nessuna alterazione genetica. I tessuti mostrano un'accelerazione della senescenza cellulare che nel giro di tre settimane ha prodotto danni che normalmente richiedono decenni.» Fece un passo verso il vetro. «Come se il suo corpo stesse cercando di contenere più tempo di quanto ne può stare dentro.»

Thomas si avvicinò al cilindro.

Non voleva. Ogni parte di lui che era stata addestrata in quarant'anni di lavoro accademico gli stava dicendo che quella era una stanza dove la gente perdeva la testa e che la cosa intelligente era voltarsi e prendere l'ascensore. Ma andò avanti lo stesso, perché sotto quell'addestramento c'era una cosa più vecchia e più stupida, e quella cosa più vecchia gli stava dicendo: lei sa il nome di tua moglie.

Poggiò il palmo sul vetro.

Il liquido si increspò.

Fu impercettibile, e non doveva accadere — il cilindro era spesso quattro centimetri, la superficie interna era isolata, e Thomas non aveva colpito niente. Ma l'increspatura partì esattamente da sotto la sua mano e si allargò in un anello lento, e sui monitor una riga si mosse.

Sophia aprì gli occhi.

Non gradualmente. Non come chi emerge dal sonno. Li aprì di colpo, come chi ha aspettato con gli occhi chiusi.

Erano castani. Ma nel fondo, dietro il castano, c'era qualcosa di più chiaro e più caldo, un riflesso d'oro che si muoveva indipendentemente dalla luce della stanza. Guardarono Thomas, e Thomas ebbe la sensazione precisa e insopportabile di essere visto per intero — non l'uomo in piedi davanti al vetro, ma tutto quello che c'era stato prima di lui e sotto di lui.

Le labbra si mossero dentro la maschera.

Nessun suono poteva attraversare quattro centimetri di vetro e ottanta litri di perfluorocarburo. Ma Thomas aveva passato la vita a leggere segni sulle superfici, e lesse.

Finalmente. Sei arrivato tardi, ma sei arrivato.

Poi gli occhi si chiusero.

«Ha parlato», disse Luisa alle sue spalle, e adesso la corda professionale si era spezzata e la voce era solo quella di una donna. «Non lo fa da cinque giorni. Non dovrebbe poterlo fare.» Stava già ai monitor, le dita sulla tastiera. «Frequenza cardiaca sessantuno. Professore, sessantuno. Il cuore di una bambina di dodici anni in sedazione batte a novanta. Sessantuno è il cuore di una donna adulta che si è appena svegliata.»

Thomas non rispose. Stava guardando la propria mano.

Sul palmo, nel punto esatto in cui aveva toccato il vetro, si stava formando un segno. Non un'ustione — non c'era rossore, non c'era gonfiore, non c'era dolore. Una linea bianca e sottile, curva, chiusa alle estremità in due punte affilate.

Una mezzaluna.

Non pulsava. Non bruciava. Semplicemente c'era, netta come se qualcuno l'avesse disegnata con la punta di un compasso, e mentre la guardava Thomas ebbe la certezza assoluta e priva di ragione che non sarebbe andata via.

«Dottoressa Sartori», disse, e la sua voce gli arrivò da lontano. «Sua figlia ha mai pronunciato la parola Echéra?»

Il rumore delle dita sulla tastiera si fermò.

Thomas si voltò. Luisa Sartori era diventata del colore della carta. Aveva una mano appoggiata al bordo della consolle e la stringeva.

«Come fa a saperlo?»

«Perché mia moglie l'ha scritta duecentodiciassette volte nell'ultimo anno di vita.» Thomas si accorse di conoscere il numero. Non aveva mai contato. Lo sapeva e basta. «È il motivo per cui l'accademia l'ha distrutta. È il motivo per cui negli ultimi mesi non mi parlava più del suo lavoro. Ed è la ragione per cui io non ho mai aperto quella scatola.»

Dentro il cilindro, come se il nome avesse fatto una corrente, Sophia riaprì gli occhi.

Questa volta il movimento delle labbra fu più rapido, più urgente, e Thomas dovette guardarla due volte per essere sicuro.

Firenze. Via dei Cappuccini. L'uomo che urla nel sonno.

Una pausa. Il petto della bambina si alzò e si abbassò dentro il liquido.

Vallo a prendere adesso. Prima che arrivi Lethe.

Gli occhi si chiusero. E prima che si chiudessero del tutto, un'ultima parola, formata così lentamente da sembrare una carezza:

Aristos.

Sui monitor le linee tornarono piatte e regolari. Il respiratore riprese il suo ritmo. Da qualche parte nella stanza un compressore si inserì e si spense.

«Chi è Aristos?» chiese Luisa. Aveva la voce di chi fa una domanda a cui non vuole risposta.

Thomas non rispose subito. Guardava l'orologio a parete sopra la porta, quello con la lancetta rossa dei secondi, e lo confrontava con quello del proprio telefono.

Diciannove secondi di differenza.

Non undici.

Diciannove.

«Dottoressa», disse piano. «Da quanto tempo non ricontrolla il ritardo?»

Tre settimane prima

Il martedì sera, quando le cose erano ancora normali, Sophia Sartori contava le mattonelle del corridoio.Lo faceva da quando aveva sei anni e lo faceva senza accorgersene, con il piede, mentre andava dalla sua camera alla cucina: quattro, otto, dodici, e all'altezza della credenza c'era quella scheggiata che valeva mezza. Luisa gliel'aveva fatto no…

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