Il Sangue del Drago

Il Sangue del Drago

Libro Primo delle Cronache del Principe Dimenticato

by Riccardo Tosi

47 chaptersit

Tre destini intrecciati. Un segreto sepolto tra le nevi del Nord. Un impero sull'orlo dell'abisso. Ulrik ha sedici anni e il mare nelle vene, ma dopo una tempesta sovrannaturale scopre che dentro di lui dorme qualcosa di molto più letale: il potere perduto dei draghi. Mentre il suo mentore cerca disperatamente di nascondere la sua esistenza, nelle sale dorate di Eldoria la tensione raggiunge il punto di rottura. Il principe Veyran, consumato dall'ossessione per il potere, scatena una caccia spietata contro un fantasma del passato che minaccia il suo trono. Sua sorella Lysera, guidata da visioni empatiche e da un cuore che rifiuta la crudeltà del fratello, decide di sfidare la corona per ritrovare il sangue del suo sangue. Tra ribellioni sanguinose, tradimenti di corte e il gelo delle Montagne del Pianto, i tre fratelli si troveranno faccia a faccia con un'eredità che non può essere ignorata. Il fuoco sta tornando, e la sua furia non risparmierà nessuno. Siete pronti a scoprire il prezzo del vero potere?

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  • Coming of Age

Ulrik I

L’odore del sale era l’unica cosa che Ulrik sentisse davvero come casa. Non era il profumo dolce dei fiori di campo né quello pesante dell’incenso che, si diceva, bruciasse nelle grandi cattedrali di Eldoria. Era un odore aspro, pungente, che si infilava nei polmoni e restava attaccato alla pelle come una seconda armatura. Ulrik tirò con forza una delle cime bagnate della Speranza di Ferro, sentendo le fibre di canapa ruvida grattare contro i calli dei suoi palmi. Aveva sedici anni, ma le sue mani sembravano quelle di un uomo che aveva già vissuto due vite intere tra i ghiacci del Nord.

Il mare quel giorno era di un grigio metallico, inquieto. Le onde si infrangevano contro lo scafo della baleniera con colpi sordi, simili al battito di un cuore gigantesco nascosto sotto la superficie. Ulrik amava quel suono. Lo preferiva di gran lunga alle voci degli uomini nel porto, che spesso lo guardavano con una curiosità mista a diffidenza. C’era qualcosa in lui, un’altezza eccessiva per la sua età, una forza che non sembrava venire dai muscoli ma da qualcosa di più profondo, i suoi lunghi capelli cerulei e quegli occhi di un azzurro troppo pallido, quasi vitreo, che mettevano a disagio chiunque lo fissasse troppo a lungo.

«Smetti di incantarti a guardare l'orizzonte, ragazzo. Il mare non ti regalerà il pranzo solo perché lo guardi con amore» grugnì una voce roca alle sue spalle.

Ulrik sorrise senza girarsi. Non aveva bisogno di vedere per sapere che Eelys era lì. Sentiva il passo pesante del suo stivale sinistro, quello che trascinava leggermente a causa di una vecchia ferita che non aveva mai voluto spiegare davvero. Era un uomo fatto di rughe, cicatrici e saggezza amara. Per tutti era il capitano della baleniera, ma per lui era stato tutto: padre, maestro e unico amico.

«Stavo solo sentendo il vento, zio,» rispose, usando il termine affettuoso che Eelys gli aveva permesso di usare fin da quando era un bambino. «Sta cambiando. Gira verso nord-est. Sarà una notte fredda.»

Eelys si avvicinò al parapetto e annusò l’aria, stringendo gli occhi piccoli e scuri. Sputò un grumo di tabacco in mare e annuì lentamente. «Hai un naso che non sbaglia mai, maledizione a te. A volte penso che tu sia più pesce che uomo. Forza, controlla gli arpioni. Se incrociamo una balena grigia prima del tramonto, voglio che siamo pronti. Non siamo qui per fare una gita turistica.»

Il lavoro sulla baleniera era metodico e brutale: passò le ore successive a controllare le punte degli arpioni, affilandole con una pietra finché non furono in grado di tagliare un capello. Pulì il ponte dal ghiaccio che si era formato durante la notte e aiutò gli altri tre membri dell’equipaggio a calare le reti per il pesce piccolo, necessario per il sostentamento durante la navigazione. Erano uomini rudi, silenziosi, che lo rispettavano solo perché era sotto la protezione di Eelys e perché, nonostante la giovane età, riusciva a sollevare pesi che avrebbero spezzato la schiena a un veterano.

Verso il tramonto, il cielo si tinse di un viola scuro, quasi livido. La quiete che regnava era innaturale. Il vento era calato del tutto, lasciando la nave a dondolare pigramente su un’acqua che sembrava diventata densa come olio.

«Vieni qui, Ulrik,» chiamò Eelys dalla poppa. Il vecchio capitano era seduto su una cassa di legno, intento a rammendare una vecchia giubba. Accanto a lui c’era una lanterna che proiettava ombre lunghe e tremolanti sul ponte.

Il ragazzo si sedette sul legno umido, incrociando le lunghe gambe. «Il mare è troppo calmo, zio. Non mi piace.»

«Il mare è come una bestia che riprende fiato prima di saltarti alla gola,» concordò Eelys, posando l’ago. Fissò Ulrik per un lungo momento. C’era qualcosa di diverso nel suo sguardo stasera, una sorta di peso che sembrava gravare sulle sue spalle più del solito. «Oggi compi sedici anni, ragazzo. Lo sai, vero?»

Ulrik scrollò le spalle. «È solo un numero.»

«No, non lo è,» disse Eelys con voce bassa. «Sedici anni sono il confine tra ciò che eri e ciò che sarai. Ti ho trovato che eri poco più di un fagotto avvolto in coperte troppo fini per un porto di pescatori. Avevi già questa forza strana in te. Non hai mai pianto per il freddo, mai una volta. Mi guardavi con quegli occhi e sembrava che capissi tutto quello che ti dicevo, anche se non avevi ancora i denti.»

Ulrik ascoltava in silenzio. Eelys non parlava mai del passato, era una regola non scritta tra loro. «Chi pensi che fossero i miei genitori, zio? Me lo chiedo a volte. Magari erano marinai che non potevano tenermi.»

Il vecchio esitò. Per un momento, Ulrik vide un'ombra di tristezza profonda nei suoi occhi, una verità che lottava per uscire. «Il mare ti ha cresciuto bene. Ti ha dato muscoli forti e un cuore puro. Ci sono persone che nascono nei palazzi e non imparano mai cosa significhi davvero la lealtà o il sacrificio. Tu lo sai. Ricordi quando avevi sei anni e sei caduto nel porto di Oakhaven?»

Ulrik rise piano. «Mi hai ripescato per i capelli. Mi hai urlato contro per un'ora intera.»

«Perché ero terrorizzato, moccioso,» grugnì Eelys, ma il suo tono era affettuoso. «Ma anche allora, non hai pianto. Hai solo guardato l'acqua e hai detto che volevi tornare dentro. Mi hai fatto capire che non saresti mai stato un uomo comune. C'è una forza in te, Ulrik. Una forza che non viene solo dalla fatica.»

«È per via di mio padre?» domandò Ulrik a bassa voce. Era una domanda che faceva raramente, sapendo quanto rendesse Eelys nervoso.

«Tuo padre era un uomo complicato. Ma ciò che conta è chi sei tu oggi. Ricordalo sempre: il sangue è un sentiero, ma sei tu a decidere dove camminare.» Eelys gli mise una mano sulla nuca, stringendo con forza. «Sei il figlio che non ho mai avuto, Ulrik. E qualunque cosa accada, non dimenticare mai che la tua casa è dove trovi il coraggio di essere te stesso.»

Improvvisamente, l'aria cambiò. Non fu un cambiamento graduale. Fu come se il mondo intero avesse trattenuto il respiro e poi avesse emesso un urlo silenzioso. Ulrik sentì una pressione improvvisa alle tempie, un ronzio che gli fece vibrare i denti.

«Zio… senti anche tu?» mormorò, alzandosi in piedi di scatto.

Eelys era già allerta. Il suo viso si fece pallido. "Il vento è cambiato. Non viene da nord, né da est. Viene dal basso."

All'improvviso, il silenzio della notte fu squarciato da un boato sordo. All'orizzonte, le nuvole iniziarono a ruotare vorticosamente, formando un imbuto nero che sembrava voler risucchiare la luna stessa. Le onde, prima calme, iniziarono a gonfiarsi in modo innaturale, sollevando la baleniera  come se fosse un giocattolo di legno.

«Tutti ai posti!» ruggì Eelys, la sua voce che tornava a essere quella del capitano che non ammetteva repliche. «Ammainate le vele! Adesso! Ulrik, al timone, aiutami a virare!»

L’equipaggio, risvegliato dal torpore, scattò all’azione. Ma la tempesta fu più veloce di loro. Il primo colpo di vento colpì la Speranza di Ferro con la forza di un maglio gigante, inclinando la nave quasi a quaranta gradi. L’acqua gelida invase il ponte, travolgendo casse e attrezzi.

Ulrik corse verso il timone, lottando contro la pendenza della passerella che era diventata una lastra di sapone scivolosa. Sentiva il cuore battere non per la paura, ma per un’adrenalina strana, elettrica, che gli percorreva le vene. Ogni volta che un fulmine squarciava il cielo, la luce bianca sembrava riflettersi nei suoi occhi in modo innaturale, rendendo le sue pupille fessure sottili.

«Tieni duro, ragazzo!» gridò Eelys, afferrando una delle razze della stanga insieme a lui. «Dobbiamo presentare la prua alle onde o ci spezzeremo in due!»

I flutti erano diventati montagne di ossidiana, alti come palazzi, con creste di schiuma bianca che sembravano artigli pronti a ghermirli. La nave scricchiolava, un lamento di legno tormentato che sembrava il grido di un animale ferito.

«È troppo forte, zio!» urlò Ulrik sopra il fragore del tuono. «Non riusciremo a tenerla!»

«Dobbiamo!» rispose Eelys, i muscoli delle braccia tesi fino allo spasimo.

In quel momento, un frangente più grande degli altri, una muraglia d’acqua scura e implacabile, apparve dal fianco della nave. Non ebbero il tempo di virare. L’impatto fu devastante. Ulrik sentì il legno del timone scivolargli dalle mani mentre veniva sollevato da una forza brutale. Venne scaraventato contro la murata, il fiato che gli usciva dai polmoni in un colpo solo.

Attraverso la vista appannata e la pioggia sferzante, vide Eelys. Il vecchio non era riuscito a tenersi. L’onda lo aveva trascinato via come se fosse un fuscello.

«Zio!» il grido di Ulrik venne inghiottito dal vento.

Vide la sagoma di Eelys sparire tra i flutti neri, a pochi metri dallo scafo, ma già irraggiungibile per qualsiasi uomo normale. Il capitano stava lottando, cercando di restare a galla, ma il mare lo stava tirando giù, verso l’abisso.

In quel momento, qualcosa si spezzò dentro di lui. Non fu la paura per la propria vita, ma il terrore puro di perdere l’unica persona che lo avesse mai amato. Sentì una pressione insopportabile alla base del cranio, un calore che partiva dal centro del petto e si diffondeva come fuoco liquido nelle braccia e nelle gambe.

Il mondo sembrò rallentare. Ulrik non vedeva più solo la tempesta; sentiva le correnti d'aria, percepiva il peso dell'acqua, vedeva il calore residuo del corpo di Eelys nell'oceano gelido come una debole luce dorata.

Senza riflettere, senza pensare alle conseguenze, si lanciò oltre il parapetto. Non cadde come un sasso. Per un istante sospeso nel tempo, sembrò quasi che il vento lo sostenesse.

Poi il mare lo inghiottì.

CAPITOLO 2

Il sole calava sulle guglie di marmo bianco del Castello di Eldoria, tingendo le pietre di un rosso che pareva sangue rappreso o vino pregiato. Era il giorno del solstizio, il momento in cui la luce e l'ombra si scambiavano il testimone, e per la famiglia reale rappresentava molto di più di un semplice cambio di stagione. Era il sedicesimo complea

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